La contrapposizione tra realtà e astrazione in campo pittorico è un argomento su cui sono stati versati fiumi di inchiostro. Questa mostra vuole dire la sua e lo fa in un modo molto intelligente. Senza parlare. E così avvicina quattro artisti solo apparentemente distanti tra loro, legati da un filo conduttore che è proprio la ricerca di questa risposta. La conclusione porta ad ammettere, oggi, l’insostenibilità di questa contrapposizione. Viviamo in un mondo multietnico (e non a caso oltre agli italiani Attardi e Dorazio sono presenti in mostra il cileno Matta e lo slavo Gjokaj) e il linguaggio dell’arte è un linguaggio multiforme. Non a caso, in catalogo si cita la nota osservazione calviniana sulla pluralità dei linguaggi di comunicazione. La “compresenza delle differenze” non permette dunque di tracciare un confine netto tra realtà e astrazione: anche nella pittura più apparentemente astratta si può riconosce un certo materialismo. Come scriveva Kandinsky “la pura astrazione si serve, come il puro realismo, di cose che hanno una loro esistenza materiale”.
Questa sintesi è ben evidente nelle opere di Sebastian Matta (1911-2002), lavori in cui astrazione e figurazione convivono in un gioco di luci in continua ricerca di forma; un autore la cui arte è difficilmente catalogabile nelle correnti artistiche del XX secolo proprio perché così in divenire (nonostante la presenza di uno stile definito e riconoscibile).
Anche nell’opera di Ugo Attardi (1923), affianco ai corpi definiti e michelangioleschi si avvertono echi della pittura di Mondrian o Klee nelle campiture di colore degli sfondi geometrici. Ed è una pittura che parla della società e dei suoi momenti tragici mettendone in scena la caduta, simbolicamente espressa dal precipitare dei corpi dai grattacieli dell’11 settembre. Piero Dorazio (1927-2005), che diede vita insieme ad Attardi ed altri a Forma 1, gruppo stilisticamente non lontano dalle sue odierne sperimentazioni pittoriche, è in mostra con tele composte da fasci di luce e colore intrecciati. Presente anche la scultura in perspex Sospensione trasparente III, parallelepipedo con piccoli cilindri sospesi. Completamente diverso l’uso del colore in Mikel Gjokaj (1946): una vera e propria esplosione di sensazioni oltre che di colore. La sua pittura, come quella di Attardi, parla del nostro tempo, lo racconta usando i toni caldi -rossi e bruni- descrivendo paesaggi con grande intensità emotiva. Anche laddove stormi di uccelli, con il loro movimento, sembrano voler aggiungere leggerezza, pesa inesorabile sullo sfondo l’immagine di una terra silente spettatrice.
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