La mostra raccoglie un gruppo di opere recenti che, per i soggetti e le tecniche impiegate, ben rappresentano la complessità della ricerca di Felice Levini (Roma 1956). Un lavoro di anni, coerente nel tempo, quello di Levini, che fa riflettere; all’estetica accattivante delle opere corrisponde infatti una non sempre facile interpretazione del loro significato più profondo. Ciò avviene puntualmente anche in questa occasione. Il primo impatto è quello con una scultura a grandezza naturale posta su un piedistallo, sotto un riflettore: un uomo vestito di nero con la testa di leopardo, occhi feroci e fauci spalancate. Fiera antropomorfa o pupazzo inoffensivo?
Un grande quadro ad olio (cm 160×230), il Calice di Venere, dà il titolo alla mostra. Quest’opera, che a livello formale denuncia chiaramente l’amore di Levini per il futurista Enrico Prampolini, è dedicata alla nascita di Venere ed è la rappresentazione che l’artista ha voluto dare del fenomeno astrale del Buco nero, corpo celeste che impedisce a qualsiasi oggetto e persino alla luce di manifestarsi. Levini lo dipinge a forma di calice, a cui una doppia silhouette di Venere sembra volersi avvicinare. A fare da sfondo all’opera un ambiente dalle pareti azzurre in cui vagano elementi ricorrenti nella poetica dell’artista come i numeri, la scacchiera, un piccolo mappamondo, un omino che vola -o precipita- e una frase che recita: “Se la curvatura variabile è l’elemento genetico della piega…”.
Precisa Levini: “La rappresentazione dell’arte oggi è quasi irrealizzabile, per cui l’unica possibilità è quella di lavorare attraverso le pieghe. La curvatura
I trenta disegni (cm 35×50), con collage e interventi a tempera, pur avendo ognuno una propria identità compiuta, sono legati tra loro da una sorta di uniformità che li rende quasi un’opera unica. I disegni curati nei minimi dettagli rimandano alcuni al Calice di Venere, altri ad opere già realizzate e altri ancora sono la base progettuale per futuri lavori. Di fronte su una porzione di parete blu una testa di cavallo anche essa blu, ha tutto intorno e sul muso delle piccole stelle, anche il cavallo è una stella: si chiama Antares, una stella doppia difficile da decifrare, cuore della castellazione dello Scorpione.
Chiude -o apre- la mostra un piccolo quadro: una mano con una bacchetta da direttore d’orchestra. È la mano del Maestro, che da il via a questa sinfonia ricca di elementi complessi, resi sempre con fantasia e ironia. “E’ una mostra sul ragionamento, sul movimento, una mostra che mi racconta”, dice Levini, “rigorosamente fatta a mano come si è sempre fatto…”.
pierluigi sacconi
mostra visitata il 20 febbraio 2006
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