Con le oltre cento opere radunate a circa due anni dalla morte di George Lilanga, la mostra in corso nella sede sontuosa e demodé del museo Andersen di Roma costituisce indubbiamente un’occasione interessante per avvicinarsi all’opera di uno tra gli artisti africani -di nazionalità tanzanese ed etnia makonde- più importanti del Novecento, sicuramente il più conosciuto a livello internazionale.
Sul Picasso d’Africa, come riporta l’etichetta pubblicitaria prontamente appiccicatagli sull’onda del suo successo mercantile, molto è già stato detto e scritto (anche su Exibart: si veda ad esempio l’articolo di Anita Pepe in occasione di una mostra napoletana del 2006).
Qui cogliamo l’occasione per sottolineare ancora lo straordinario slancio creativo dimostrato dall’artista soprattutto nella fase iniziale degli anni Settanta, quando al lavoro come guardiano notturno alla Casa dell’Arte di Dar Es Salaam, Lilanga alternava la realizzazione di sorprendenti opere su lastre di ferro, pitture a olio (con la faesite ricavata dai tetti dismessi delle baracche come supporto), sculture lignee e incisioni su pelli di capra dalle virtuosistiche tecniche d’inchiostratura. L’iconografia, costantemente incentrata sulle gesta minimali e quotidiane degli Shetani, dinoccolati diavoletti derivati dall’immaginario della cultura d’origine, è in questo periodo caratterizzata da un brulicante assieparsi di forme e figure che, col tempo, pittoricamente si diluirà sempre più entro fondali squillanti dai colori sfumati.
La progressiva deriva pop verso quella che
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