Che si tratti di New York è certo, ma capire quale scorcio in particolare è impossibile. Le tavole di Giorgio Tonelli descrivono con realismo fotografico e dovizia di particolari dei luoghi inesistenti. Eppure l’aria che si respira è certamente quella della Grande Mela. Il primo impatto non trasmette emozioni, ci vuole del tempo, una lunga osservazione. E il tempo è proprio quello che manca in questi scatti metropolitani, congelato come in una fotografia. Osserviamo: tutto è immobile. Le foglie sugli alberi sono mosse dal vento ma manca la sensazione del movimento. Ascoltiamo: il silenzio è protagonista; d’altronde chi potrebbe provocare rumore? Non ci sono macchine, non esce fumo dalle ciminiere, le fabbriche sono chiuse (che ora sarà?), non passano navi nel mare, né persone sulle strade.
Viene quasi da chiedersi dove si trovasse Tonelli mentre ideava e dipingeva questi scorci. Chiuso nel suo studio, certamente, perché queste non sono opere realizzate en plein air. Si collocano sulla scia del realismo americano nato negli anni Trenta, quello di Edward Hopper o Charles Sheeler, intenti a descrivere la novità di uno scenario industrializzato, la vita di una domenica mattina o l’operosità di un impiegato nel proprio ufficio. Tra questi pittori e Tonelli il filo conduttore è il gusto per il dettaglio, il piacere di descrivere.
La differenza è che lì il punto di vista era interno, qui c’è un occhio esterno, distante. In Tonelli c’è un’idea che nasce dall’osservazione della realtà, riveduta e corretta. Un’idealizzazione di uno scenario. Una razionalizzazione che ha le sue radici lontano nel tempo, una citazione, forse un omaggio ai paesaggi quattrocenteschi attribuiti a Francesco di Giorgio Martini. Allora come ora scorci di una città inesistente, descritti con realistica cura. Piazze deputate come luoghi privilegiati del pensiero rinascimentale, modelli forse di scenografie teatrali. E questi di Tonelli, profili di architetture che rispecchiano il pensiero del nostro tempo, quasi sei secoli dopo sembrano dei set cinematografici, prima di un ciak. Tutto è pronto perché la giornata abbia inizio, o fine o prosegua. Un po’ come accadeva nel film The Truman Show. E qui come lì tutto è al suo posto, pronto, in attesa.
valentina correr
mostra visitata il 15 dicembre 2004
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