La carta è luogo di contaminazioni e ricerche per Toti Scialoja (Roma, 1914-1998), cui è dedicata questa mostra, nata da un’idea di Achille Perilli e curata da Barbara Drudi della Fondazione Toti Scialoja. Disegni a china, acrilici, acquarelli su carta giapponese e cartoncino: lavori inediti, realizzati nel corso di settant’anni di attività, inclusa naturalmente la carta stampata. Ci sono i libri per l’infanzia -il primo volume, pubblicato nel 1971, si chiamava Amato Topino Caro– fino alle raccolte di poesie per adulti (Scarse serpi, La mela di Amleto, ecc.), dove non mancano mai giochi di parole con allitterazioni e scambi semantici.
Scialoja nasce poeta prima di scegliere, nel 1954, di dedicarsi esclusivamente alla pittura. Ma la poesia -primo amore– si riaffaccia nella sua vita quando, alla fine degli anni ’60, inizia a scrivere divertenti nonsense per i nipoti James, Barbara e Alice. Nascono per i bambini queste poesie, ma appassionano anche gli adulti, primo fra tutti Italo Calvino.
Quanto alla pittura su carta, dai primi disegni figurativi a china, del 1938, in cui è facilmente riconoscibile l’influenza di Corrado Cagli -i due artisti erano amici e fu proprio Cagli ad incoraggiare Scialoja ad intraprendere la carriera di pittore- si passa all’astrattismo. Sono della fine degli anni ‘50 le cosiddette Impronte, pennellate di colore su carta oleata che l’artista trasferiva sulla tela premendo e battendo, mentre i collage con inserzioni di ritagli di giornale risalgono agli anni ’60. In alcune opere su carta Scialoja ha anche unito polvere di marmo al colore –in altre, su tela, usava spesso la sabbia- un’esigenza materica che gli veniva sia dalla frequentazione con Burri che dalla contemporanea pittura francese di matrice esistenzialista, con cui entrò in contatto negli anni ’60, quando visse a Parigi.
Il resto dei lavori rientra nella poetica gestuale dell’espressionismo astratto americano, che Scialoja amava profondamente. A New York, dove si recò nel 1956 per la personale organizzata da Catherine Viviano, conobbe e frequentò vari esponenti di quella corrente, fra cui Motherwell e Barnett Newmann. Quanto a Jackson Pollock, suo grande mito, rimase così scioccato dalla sua morte improvvisa, avvenuta pochi mesi prima del suo soggiorno americano, tanto che non poté non recarsi quasi in pellegrinaggio nel suo studio di East Hampton. Non prima, però, di andare sul luogo in cui avvenne l’incidente stradale, l’11 luglio 1956, infausto giorno in cui Pollock perse la vita.
manuela de leonardis
mostra visitata il 24 novembre 2004
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