È difficile cimentarsi con il paesaggio oggi senza risultare banali e non sembrare vittime di un modo superato di fare pittura. Alessandra Giovannoni (Roma, 1954) stupisce invece nel riuscito tentativo di riabilitare la pittura di paesaggio.
Bisogna però sottolineare che non si tratta di paesaggio tout-court. Interessante scoprire che si tratta di Roma, ma non c’è niente nei quadri che lo sottolinei, come se non fosse un dato significativo. Sono cieli azzurri, strade e case bianche, come distese di sale o cortine di neve, in cui si perde la percezione di ogni rumore. Ma sono soprattutto cieli. Più che vedute di città, quindi, sono paradigmi di un paesaggio interiorizzato.
Piazza del Quirinale appare (o scompare) in una piazza deserta, annegata di luce abbacinante, in cui i contorni si sfaldano, come se si sciogliessero dal caldo, e dove si ha la paura che una folata di vento arrivi a turbarne la metafisica quiete.
Colpisce il linguaggio essenziale, lontano da ogni retorica, potentemente lirico e squisitamente femminile. Dalla ripetitività di questa pittura, da sempre legata allo stesso tema, scaturisce un senso di rassicurante tranquillità, conquistata con costanza e a denti stretti. Sembra che la Giovannoni utilizzi la pittura come un esercizio spirituale: una specie di litania da recitare sottovoce, ogni giorno. L’operazione artistica procede dalla rarefazione dello sguardo e si appunta all’essenziale, quasi un distillato di realtà. È un vagare continuo in ampi spazi alla ricerca irrefrenabile di assoluto.
Alle campiture leggere e distese di un cielo sempre azzurro, fa da contrappunto la materia grumosa che si organizza in rapide concrezioni quando fanno la comparsa figure umane.
enza di matteo
mostra visitata il 16 gennaio 2007
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