“L’immagine, per quanto pura sia, conserva una traccia di materialità, qualcosa di rugoso e, poiché rinvia fatalmente al mondo, comporta per ciò stesso un elemento di incertezza e di perturbamento” (Fascinazione della cenere, a cura di A. Rigoni, il notes magico, Padova 2005). Questa frase di Cioran spiega bene ciò che si prova guardando i lavori di Rachel Whiteread (Londra, 1963). Presenze dall’aspetto stranamente familiare -come un deja vù- eppure non immediatamente riconoscibili. Un mobile o un utensile d’uso domestico si trasformano compiutamente in un’opera evocativa attraverso il calco al negativo della loro forma, che trattiene in sé le tracce fisiche dell’oggetto, il ricordo del suo contatto.
Pochi giorni dopo l’apertura della retrospettiva a lei dedicata dal Madre di Napoli, la Whiteread -una delle artiste inglesi più apprezzate e riconosciute a livello internazionale- è a Roma per inaugurare alla galleria Lorcan O’Neill la sua prima personale italiana. La mostra raccoglie una serie recente di sculture e disegni, in cui l’artista sviluppa la ricerca iniziata nel 2005 con l’imponente installazione creata per la Tate Modern, Embankment, composta da 14 mila calchi in gesso riproducenti il volume interno di scatole di differente forma e dimensione. Le superfici usualmente nascoste di quegli imballaggi, caratterizzate dall’ordito lineare del cartone e segnate dalle impronte prodotte dalle merci un tempo custodite, venivano svelate ed esposte. Ideato dall’artista in seguito al ritrovamento di un vecchio scatolone con i propri effetti personali, questo ready-made fabbricato in serie diviene ora il modulo di un’infinita varietà di composizioni, dove un certo grado di determinazione si mescola ad un’attitudine più casuale e informale. Attitudine che ricorda il nostro modo abituale di
Il riferimento a Morandi, ma forse anche agli intricati assemblaggi in legno di Louise Nevelson, è evidente nelle opere più recenti, costituite da composizioni di calchi di piccole scatole disposte su mensole o all’interno di armadietti di metallo. Qui il colore, usato sempre in modo sottile e indiretto, è modulato in una smorzata gamma cromatica rispondente alla necessità, spiega l’artista, di “trovare il tono giusto per un determinato momento”.
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francesca franco
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