Per tre giorni hanno parlato di lui, quasi simbolo del conflitto che lacera il genio, confrontando dati, documenti, ipotesi, per ricostruire la storia di una statua – e di un progetto – che ha segnato la vita di Michelangelo.
Una vicenda che dura circa 40 anni, quella relativa all’ideazione e alla realizzazione della Tomba di Giulio II: nel 1505 è pensata come sepoltura monumentale e, forse, come opera omnia, da porre nella Basilica Vaticana, ma il progetto è criticato, ostacolato, bloccato. Verrà ridotta, rimaneggiata nella forma, infine sarà collocata in San Pietro in Vincoli, ormai differente dai disegni iniziali e segno dei tempi irrimediabilmente cambiati. Michelangelo ne farà la sua ossessione: la statua di Mosè, nella nuova lettura data nel corso del simposio, sembra raccontarla in filigrana, come se il dubbio e il tormento fossero tracce registrate nel marmo.
Guardava avanti, verso la reliquia delle catene, il Mosè e doveva essere bloccato in posizione frontale, con le gambe parallele. Poi Michelangelo decise di cambiarlo, la statua che vediamo ora è il risultato di una serie di “correzioni ”, tutte rigorosamente autografe.
Lo ha detto Cristoph L. Frommel, direttore della Biblioteca Hertziana, uno dei maggiori studiosi dell’artista, suffragando una tesi che obbligherebbe gli storici a rivedere interpretazioni critiche e dati acquisiti, con la lettura di una testimonianza dell’epoca e con quanto rilevato da Antonio Forcellino durante le operazioni di restauro.
Venne abbozzato tra il 1513 – 16, ma effettivamente concluso trent’anni dopo, quando la Tomba è diventata un monumento a parete. Per ruotare il corpo, Michelangelo deve ridurre il ginocchio sinistro di almeno 6 cm (e nasconde questo escamotage lavorando una piega della tunica), deve abbassare il lato sinistro del trono, per girare il volto lavora “torcendo” la barba, dove ha abbondanza di marmo da scolpire. Il collo visto da dietro risulta più rigido, come se ancora la testa della statua non fosse inclinata, probabilmente l’artista non aveva il marmo necessario per assecondare la nuova posizione e preferì lasciare intatta una parte non visibile. Gli occhi tradiscono uno “strabismo” che forse trova spiegazione. Ormai Mosè non guarda più le reliquie. Nel racconto di un amico dell’artista, leggiamo: “Gli aveva svoltata la testa e sopra la punta del naso gli avea lasciato un poco della gota con la pelle vecchia ”.
maria cristina bastante
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