Noi occidentali progrediti, abitanti di una società tecnologicamente sviluppata, produttori di idee chiare e razionali, viviamo più di un attimo di disorientamento quando il nostro sguardo si perde dentro il potente simbolismo delle 46 sculture lignee -tra maschere e statue antropomorfe e zoomorfe- provenienti da Ghana, Mali, Camerun, Costa d’Avorio, Congo, Burkina Faso, Angola, Nigeria, Gabon e che coprono un arco cronologico tra la seconda metà del XIX secolo e la metà del XX. Il lavoro artistico di Simone Dulcis (Milano, 1971) negli ultimi due anni si è concentrato sulla sperimentazione di questa profonda fascinazione, quasi una partecipazione mistica, rielaborandola alla luce degli studi compiuti sulle culture e l’antropologia delle società tradizionali, trasformando infine questo percorso in una personale traduzione pittorica, che rievoca gli stadi dei riti di passaggio: separazione, margine, aggregazione-condivisione. Nell’anticamera del percorso l’artista prepara il viaggio, evocando uno spazio altro, un vuoto, ma anche una pianta semantica e pittorica vergine su cui operare. Mentre la rappresentazione della porta prefigura il passaggio ad un nuovo stato di coscienza, nelle nove opere di piccolo formato l’artista, con spiccata capacità di sintesi rappresentativa e simbolica, preannuncia un ricco paesaggio nel suo lavoro di avvicinamento, immersione e rielaborazione delle culture primitive (il seme, l’ovale, la collana di donna, i gemelli, il valore del vuoto versus il pieno nella rappresentazione di un granaio, la rigorosità scultorea delle statue africane, la stilizzazione di una maschera del Mali simbolo dell’unione terra-cielo, la caratterizzazione tipica delle maschere ed infine il proprio dizionario dei segni).
Accedendo alla prima delle tre stanze (la separazione) l’opera VII, Porta porta a sperimentare virtualmente il vuoto e il lutto dell’allontanamento, come quello che vive l’iniziato. Il totem Thelonious rappresenta il Monito, cioè la Legge della comunità.
Lo studioso junghiano Neumann afferma che la presenza del totem segna il sorgere del patriarcato e l’esaurirsi della cultura matriarcale nelle comunità tradizionali. Il Monito in questo senso è espressione della Legge nella quale il gruppo si identifica. Il passaggio successivo è l’esperienza del margine, del confine da parte dell’iniziato. Dal bianco si passa al rosso e le tavole e le tele, come corpi da iniziare, vengono segnate come a rappresentare riti di scarificazione tanto dolorosi quanto necessari per raggiungere il nuovo status. Questo è lo stadio della danza, durante la quale l’iniziato sperimenta un abbassamento del livello di coscienza, che favorisce l’alienazione dalla vecchia vita e prepara alla nuova. Lo stadio successivo è il rientro dell’iniziato nella comunità e la sua accettazione come membro di quel gruppo nel suo nuovo ruolo. Il colore protagonista ora è il nero, colore della saggezza. L’arte informale di Simone Dulcis interpreta, traduce e comunica visivamente l’esperienza dei riti di passaggio diventando “celebrazione della forza spirituale di una terra, di un’espressività immediata che confluisce nella plastica lignea antropomorfa, unità inscindibile che racchiude religiosità, realtà sociale e linguaggio estetico”.
francesca bianchi
mostra visitata il 10 aprile 2006
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