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E’ uscito il nuovo numero di Exibart.onpaper

di - 5 Febbraio 2009

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[05|02|2009] |||arte contemporanea/editoria

E’ uscito il nuovo numero di Exibart.onpaper

EXIBART.ONPAPER 55

in copertina | paolo chiasera – giò ponti – 2009

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L’EDITORIALE
1909 – 2009. Il groppo alla gola nel rileggere il Manifesto di Marinetti e trovarlo attuale. Auspicabile addirittura, oggi più di cent’anni fa. La sensazione di aver perduto un secolo. Marinetti, nei suoi “undici comandamenti” pubblicati giusto dieci decenni fa su Le Figaro, cantava l’abitudine all’energia, alla temerarietà, considerava il coraggio come elemento centrale. Bramava il passo di corsa. L’Italia che gli è sopravvissuta è stata un paese pauroso, arroccato nei privilegi – altro che temerario –, un paese in cui la lentezza, e non la velocità, viene considerata un valore. Filippo Tommaso Marinetti voleva distruggere musei e biblioteche – per crearne di nuovi, è chiaro –, in Italia non solo si edifica con difficoltà nuova edilizia culturale, ma si fa fatica anche a demolire quella inadeguata. E demolire ciò che è vecchio e inutile, per costruirvi sopra il nuovo, è un’azione di igiene culturale che s’interrompe solo nelle civiltà avviate all’estinzione. Tutte le nostre meravigliose città si sono generate grazie a questa stratificazione che noi, ignobili, abbiamo deliberatamente interrotto. Abbiamo abdicato allo sviluppo della nostra civilizzazione scegliendo la tutela della nostra storia e la conservazione di quanto ereditato. Stiamo facendo i badanti di un paese avviato a sbriciolarsi. O, nella migliore delle ipotesi, a trasformarlo in una sconfinata Pompei. Marinetti cantava le locomotive dall’ampio petto, ma l’Italia che gli è succeduta preferisce esser patria dei tir e dell’inquinamento paesaggistico, piuttosto che bucare una montagna e farvi correre un treno veloce, sicuro e pulito. L’Italia che gli è succeduta preferisce le auto e le motorette sfrecciare fetenti davanti al Duomo di Firenze piuttosto che vedervi le rotaie di un civilissimo tram. Preferisce le automobili sul Pincio, in bella vista, piuttosto che le automobili sotto al Pincio, nascoste. L’Italia che litiga su un ponte, pur anche di un grandissimo architetto, perché Venezia non si tocca. Ma se nessuno l’avesse toccata, imbecilli che non siete altro, non sarebbe stata Venezia, non credete? E pensare che cent’anni fa Marinetti cantava i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi… L’Italia delle soprintendenze che “no” alla metropolitana, “no” al parcheggio, “no” al sottopassaggio, “no” addirittura a cestini e pattumiere che permetterebbero ai nostri centri storici di non esser letamai. Talebani della tutela, li ha chiamati l’archeologo Carandini nel suo ultimo pamphlet. Ma i talebani siamo tutti noi, mica solo le teste d’uovo al Ministero e a Italia Nostra: quanti di coloro che stanno leggendo questo editoriale erano favorevoli alla pensilina di Isozaki agli Uffizi? Gli Uffizi non si toccano, vero? Van tutelati e conservati, mica sviluppati! E infatti le nostre bellezze sono così ‘tutelate’ che il paese in trent’anni è scapicollato dal primo al quinto posto nella classifica delle mete turistiche mondiali. La Francia, eterna seconda all’epoca, ha capito dove stavamo sbagliando: ha costruito piramidi postmoderne dentro musei antichi, ha portato la vita dentro la cultura (oltre che la cultura nella vita), ha unito lo sviluppo alla tutela ed è oggi al primo posto di gran lunga. “È dall’Italia, che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il Futurismo, perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologhi, di ciceroni e d’antiquarii”. Così si concludeva il Manifesto. In un paese dove il vivere contemporaneo è sport estremo, non fa forse impressione pensare che tali parole, che ci augureremo si concretizzassero domani, siano state scritte nel 1909? Nessun passo in cento anni. Nessuno. E anzi, a riflettere sulla progettualità che nonostante tutto esprimeva quell’Italietta liberty e belle époque di cent’anni fa, notiamo qualche passetto indietro. Consoliamoci col fatto di essere passati dal 2008, in cui si celebravano i quarant’anni della volgarità sessantottina, al 2009, in cui si festeggiano i cent’anni dell’abbacinante lucidità futurista. Non può essere una brutta annata. Coraggio! (m. t.)

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