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A Martin Creed le 20mila sterline del Turner Prize

di - 10 Dicembre 2001

Vive in Italia, fa anche il musicista ed ha esposto recentemente a Palermo, occasione nella quale Exibart ha avuto modo di fargli una lunga ed interessantissima intervista. Stiamo parlando di Martin Creed, l’artista che nelle prossime settimane infiammerà il british-dibattito culturale grazie alla vittoria del Turner Prize, ex premio-più-consistente-del-mondo oggi essenzialmente riconoscimento/feticcio per gli artisti della terra d’Albione.
E se pensiamo che i Turner delle scorse edizioni sono finiti nelle mani di personaggi come Damien Hirst (quello che da un paio di lustri espone carcasse animali in formaldeide e ricrea asettiche ma cervelloticamente colorate atmosfere cyber-farmaceutiche) e Chris Ofili (è lui l’artista che, con le sue cacche di elefante esposte vicino a soggetti sacri, ha fatto gridare allo scandalo di una rediviva arte degenerata il sindaco-eroe-sceriffo di New York Rudolph Giuliani) capiamo perché le polemiche siano scoppiate subito dopo l’assegnazione, anzi già prima.

Il lavoro di Creed in effetti non fa enormi sforzi per aggraziarsi i gusti dei critici più tradizionalisti che hanno affermato già prima della cerimonia di ieri sera: “Qui non c’e’ nulla. Ammettiamolo…“. In effetti, in nome della miglior tradizione minimalista (mescolata ad un sapiente pizzico di newdada) l’installazione di Creed, intitolata ‘Le luci che si accendono e si spengono’, non è alto che…una stanza con luci che si accendono e si spengono.
L’artista la spiega come il passaggio mistico ed esistenziale tra la morte e la vita, non sono dello stesso avviso gli artisti del gruppo ‘Stuckist’, sostenitori del ritorno all’arte tradizionale, che hanno manifestato nei giorni scorsi sotto la Tate Britain, sede della manifestazione.

Tra gli articoli di Exibart dove appare il nome di Creed sicuramente il più interessante è l’intervista che, lo scorso maggio, Ugo Giuliani fece all’artista inglese. Nell’articolo si accenna ad una frase che l’artista è solito ripetere: “i miei lavori non riguardano nulla in particolare”. Ed ecco la migliore risposta per i sudditi di sua maestà che non apprezzano le sue opere!

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Massimiliano Tonelli

[exibart]

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  • Quindi c'è un ritorno alla leggerezza, alla purezza delle forme e delle percezioni, non me lo sarei aspettato...interessante.

  • .concordo con Giampaolo e sono molto felice per questo premio. Complimenti a Martin Creed.

  • Avete visto che avevo ragione a citare la Madonna non insensibele all'arte contemporanea
    come citato su; http://www.exibart.com/IDNotizia3458.htm
    qui sotto riportata

    07/12/2001
    Pino Boresta, Roma
    Ho letto i vostri interventi e come dice Madonna “Siete caldi” perché io dica la mia in questo interessante dibattito, esortato anche personalmente da simpatico e bravo Zak.
    Io credo che l’arte come la religione, per esistere ed essere sincera, ha bisogno di fede e la fede, come tutti sanno, non può esistere senza l’opera. Pertanto un’arte del nulla sembra spostarsi sempre più in là. Per i pittori cosiddetti d’accademia di fine ottocento, gli impressionisti ed espressionisti non erano artisti di valore, questi poi criticarono anche aspramente astrattisti e futuristi…e cosi via.
    Insomma in genere le avanguardie ormai affermate fiancheggiati dal loro entourage tende spesso a considerare poco importante le ricerche e le nuove forme d’arte a loro successive. Bisognerebbe cercare di non commettere gli stessi errori, ma purtroppo è questa una situazione che tuttora esiste e che in alcuni casi ho verificando personalmente nei confronti del mio lavoro.
    Pochi sono coloro che si preoccupano di conoscere concretamente determinate ricerche all’interno delle avanguardie. Questo perché il semplice fatto di non vedere e non capire l’immediata realizzazione formale dei progetti sperimentali, dove nel laboratorio del quotidiano prende forma una reale ricerca, blocca e devia tutti gli iniziali slanci d’interesse che nascono spontanei quando si toccano nuove verità come nel caso di Zak. Spesso non è capita l’importanza che risiede nel processo di realizzazione del progetto e nel messaggio che esso contiene prediligendo solo il risultato formale a quello contenutistico.
    Tutti i materiali assumono, invece, in questi casi un valore come elementi di passaggio per l’informazione e non come oggetto/i d’arte in quanto tale/i, o peggio ancora come merce. Trovo sbagliato che si debba pagare un prezzo in termini monetari per qualsiasi tipo di passaggio di informazione, ma quello richiesto in alcuni casi si può considerare accettabile come una ragionevole ricompensa per il lavoro fatto.
    Debbo comunque confessare, come ho già detto altre volte (vedi intervista su http://www.exibart.com/IDnotizia2895.htm), di avere una specie di rifiuto dell’opera in quanto tale ed avvertire una certa insofferenza nei confronti degli “oggetti d’arte”. Sento l’urgenza del superamento dell’opera, dove a fare da padrone sono le componenti estetiche formali.
    Pertanto pur considerando importanti e vicine alcune delle problematiche delle avanguardie, mi sento figlio dei situazionisti. Trovo che questi avessero ben compreso già allora molte delle istanze, esigenze e problematiche sociali oggi importanti più che mai. Condivido con essi molto del corpus ideologico e ritengo, come dicono loro, che l’artista debba essere colui che ha il compito di creare situazioni di libera gestione della quotidianità per la riappropriazione di una oggettività dell’ambiente collettivamente determinato. Concludendo con enfasi credo nella svalorizzazione dell’oggetto d’arte che dovrà rassegnarsi ad un declino ormai segnato, che lo porterà inevitabilmente ad avere sempre meno importanza, fino alla sua scomparsa totale dalla scena artistica. Questo non significherà né la fine né la morte dell’arte, ma semplicemente la nascita e l’inizio di qualcosa di altrettanto importante che probabilmente, come è già successo in passato, continuerà ancora a chiamarsi “Arte”.

    Un Situazionauta

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