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Date agli artisti | quel che è degli artisti!

di - 25 Giugno 2013
«Signori della stampa, curatori, critici, esperti e altri, questa è la rivendicazione che noi pittori facciamo nei confronti degli antichi maestri. Loro sono nostri, non vostri. Abbiamo il loro sangue nelle vene. Noi siamo i loro eredi, esecutori, mandatari, amministratori». Le parole del pittore inglese Walter Sickert (1860-1942)  rivelano una verità indiscutibile: nell’arte ogni generazione si confronta con quelle che l’hanno preceduta, in una sostanziale continuità di idee, pur espresse attraverso codici linguistici differenti. Dato che il confronto tra storia dell’arte e arte contemporanea appartiene ad uno dei principali filoni della mia attività curatoriale, sono onorato per essere stato chiamato da Giorgio Galotti a concludere una mostra stimolante come il “Teorema di Gauss”, dove il gallerista ha invitato a dialogare con tre opere di maestri come Eliseo Mattiacci, Claudio Parmiggiani e Gilberto Zorio altrettanti artisti italiani dell’ultima generazione: Giulio Delvè, Giovanni Oberti e Marco Morici.
Una sfida che questi ultimi hanno accettato con rigore e consapevolezza, ma in una dimensione di confronto non statico e formale ma dialogico, suggerita anche dalla teoria dello scienziato Carl Frederich Gauss, legata allo scambio di flussi di energia tra superfici e materiali diversi. Una volta accettato Gauss come nume tutelare dell’intera operazione, ogni artista ha sviluppato una diversa modalità di incontro con il suo maestro, determinando quindi una sovrapposizione di processualità di lavoro, che coesistono e coabitano all’interno della galleria.
Per dialogare con Dinamica orizzontale (2003) di Eliseo Mattiacci, Giulio Delvè ha puntato sull’interazione coi visitatori della mostra, ai quali ha chiesto di poter realizzare in situ il calco delle loro mani in gesso. Un gesto di matrice comportamentale e poverista, declinato dall’artista in maniera diretta e naturale, dando vita ad un accumulo di gesti tridimensionali in grado di riportare al grado zero della quotidianità i gessi aulici di Giulio Paolini o Jannis Kounellis. Un percorso à rebours che procede dalla dimensione accademia e classica a quella materiale e “sporca” della scultura, alla quale Delvè fornisce l’energia incandescente dell’hic et nunc. Non è un caso che uno dei principi ispiratori dell’opera sia l’azione compiuta da Mattiacci all’Attico nel 1971, quando si fece ingessare gambe e braccia. Un riferimento all’idea di performance come pratica collettiva, legata alla frammentazione del corpo e alla sua memoria.
La posizione di Giovanni Oberti nei confronti di Senza titolo (2009) di Claudio Parmiggiani appare meno frontale e più defilata: il dialogo avviene per sottrazione, in un avvicinamento all’opera che procede per momenti evocativi intorno alla pratica di disvelamento progressivo, di passaggio tra visibile e invisibile e ritorno. Così come non è evidente la presenza della polaroid dell’opera di Parmiggiani scattata da Oberti per collocarla a sul retro dell’opera stessa, altrettanto vengono svelate le margherite di ceramica presenti sul pavimento della galleria, che l’artista ha riportato alla luce dopo aver grattato lo strato di resina grigia che le ricopriva. Immagini non solo visibili, ma addirittura duplicate da uno specchio posizionato su un mobiletto bar appoggiato sul pavimento, per rendere ancora più visibile la geometria dei fiori. Inoltre, in un sofisticato gioco di superfici specchianti di ascendenza magrittiana, Oberti ha collocato sulla parete opposta all’opera di Parmiggiani un vassoio d’argento, sul quale ha inciso un quadrante d’orologio: una presenza poetica che conclude in bellezza un intervento un tantino dispersivo.
Infine Stella Rossini (2006) di Gilberto Zorio ha ispirato l’installazione di Marco Morici, un paesaggio di frammenti rotti e oggetti di scarto che riunisce blocchi di travertino, gessi, vetri, saponette, cardi e led luminosi coordinati al ritmo di un battito cardiaco. Qui l’alchimia che ispira la ricerca di Zorio si trasforma in un paesaggio di rovine, un’esplosione che frantuma tutto, figlia di un’estetica destroyed che scompone la geometrica compostezza di Stella Rossini  in un vortice energetico non privo di ironia. Avere attivato un processo di metamorfosi, legato all’anima effimera del tempo in cui viviamo, permette a Morici di aggiungere un tocco di freschezza all’intera mostra, rafforzando l’idea di work in progress che ne è alla base. Come ha scritto Gianni Garrera nell’incipit di questo libro: «La mostra diventerà un parallelo o una disputa tra antichi e moderni». Né parallelo né disputa, ma metamorfosi. Di pensieri, visioni, urgenze, energie, percezioni, materiali, intorno alla necessità degli artisti di tutti i tempi di guardare il mondo attraverso punti di vista mai prevedibili.

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