Aníbal López non è uno che si fa troppi problemi: dal 1997 usa il codice del proprio documento di identità per segnalare le azioni artistiche che hanno come luogo d’elezione Città del Guatemala, ma che fanno il giro del mondo.
Sicurezza e terrore, libertà e regole sociali ferree, ambiguità dei codici di comunicazione e d’informazione: questi i temi cardine della sua ricerca.
Anche stavolta si diverte a provocare il pubblico, mettendolo in una condizione di imbarazzo: i visitatori sono aggrediti dall’esercizio dispotico di leggi arbitrarie e inutili, qui, in una civilissima galleria d’arte nel centro di Berlino, tra bar alla moda, teatri, negozi e gallerie di tendenza.
Le regole sono incarnate dalle le forze dell’ordine, uomini e donne in divisa mischiati alla gente, in un luogo destinato all’arte, idealmente uno spazio franco, consacrato alla libertà di pensiero e di azione.
Non serve prenderli in giro, non serve la resistenza fisica: i guardiani restano impassibili, e ogni gesto volontario o automatico dei visitatori viene bloccato, censurato. Nell’arco di qualche decina di minuti anche i più esibizionisti sono stanchi, è inutile provare a reagire con i mezzi dell’ironia e dello scherno.
Scorrono intanto le immagini di Una tonelada de libros e di Liston de plastico negro, entrambi realizzati nel 2003; al muro sono appese le fotografie della serie 30 de junio (2000) già esposte nel 2001 alla Biennale di Venezia, che portò Aníbal López alla notorietà internazionale: immagini forti, girate in condizioni di rischio, sempre con la paura di finire in prigione, mostrate in tutto il mondo per solleticare le coscienze e far cadere il velo delle mille maschere indossate nel mondo dell’arte.
Vengono in mente i movimenti di protesta degli anni Sessanta e Settanta, ma la posta in gioco è nel mondo di oggi, nelle città contemporanee, in mezzo alla gente: chiunque può essere fotografato e filmato, si può solo guardare senza fare commenti, le domande diventano costrizioni presenti.
La grande forza comunicativa delle immagini, la perentorietà della condizione di disagio e l’assenza di libertà non hanno niente a che vedere con la finzione, mentre la sensazione di inquietudine diviene prepotente. Si scatenano una serie di perplessità e domande sulla politica, la geopolitica, la società. E intanto, nella stanza, non c’è alcuna possibilità di commentare, di rivolgersi al vicino, di comunicare: sotto stretta sorveglianza, l’esperienza del controllo è estrema. Sui tavoli c’è il tipico “buffet” da vernice berlinese, a base di birra: niente da fare, le bottiglie restano lì, sigillate, a nessuno è consentito bere.
Silenzio, sobrietà, dramma dell’impotenza, disagio e necessità di fuga. Chi ha detto che l’arte non è una cosa seria?
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gabriella lerario
mostra visitata il 4 dicembre 2004
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