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L’intervista/Vincenzo De Bellis | miart o non miart. Ci siamo finalmente?

di - 3 Aprile 2013
All’ombra del Salone del Mobile, arriva miart. Con un’edizione che promette di fare tabula rasa della memoria storica della kermesse di Milano, che alla sua fiera d’arte contemporanea non sembra aver mai dato tanta importanza, dimenticando che un’iniziativa come questa non solo ha bisogno di espositori di un certo livello, ma anche di un pubblico quantomeno scolarizzato ai temi del contemporaneo. Vincenzo De Bellis quest’anno, stando ai programmi, sembra riuscirà a compiere il miracolo dopo diversi tentativi andati a vuoto. Già, perché se c’è qualcosa di positivo da rimarcare a miart (tutto in minuscolo, come vuole la nuova veste grafica lanciata da Mousse per l’edizione 2013), anche nelle sue precedenti versioni, è stata la voglia di lanciare una fiera schiacciata tra l’entusiasmo torinese e la vecchia e inossidabile Bologna. Poi Milano, in qualche modo, oltre al potente tessuto di gallerie (che spesso hanno scelto di mollare la propria città per altri lidi fieristici) ha sempre dimostrato più “affetto” verso altre manifestazioni, proprio come il Salone del Mobile, catalizzatore di una vitalità che il contemporaneo dell’arte, da questa parte d’Europa, si può solo sognare. Il concetto lo abbiamo ribadito più volte: numeri diversi per concetti diversi. Ma che ne sa lo spettatore medio? Ecco che miart 2013, con la discesa in campo della Fondazione Trussardi per le serate al Teatro Arsenale e una serie di talks, curati da Alessandro Rabottini e Fionn Meade, per l’edizione 2013 si conferma anche un po’ “didattico” nel senso buono del termine, con una serie di ospiti che per argomenti diversi solcheranno il palco della fiera di viale Scarampo: Dieter Roelstraete, Capo Curatore del Museum of Contemporary Art di Chicago e Nataša Petrešin-Bachelez, Curatrice Indipendente e Direttrice di Manifesta Journal; Gianfranco Baruchello con Piero Gilardi; Paola Antonelli, Capo Curatrice per l’Architettura e il Design al MoMA e diversi altri. Ma ora la parola al nuovo direttore e alle idee sviluppate a poche ore dall’inizio della nuova fiera di Milano. Anche guardando al 2014.
Siamo agli sgoccioli e un po’ a quella che tutti si aspettano come la prova del nove della fiera di Milano. Come pensi andranno le cose? Ti sei fatto un pronostico su come funzionerà miart 2013?
«Nonostante il periodo sia oggi molto difficile, sono stato sostenuto sin dall’inizio l’entusiasmo del team e degli espositori sia italiani, che hanno subito aderito, quasi in blocco, alla mia proposta, sia esteri, che rappresentano oltre la metà del totale dei partecipanti e che già partecipano ad altre fiere importanti nel mondo».
Mi ha molto colpito l’idea di inserire una sezione “design” -cosa che, peraltro, avviene già in diverse kermesse- ma che Milano non aveva mai messo in scena, quasi rinnegando anche la sua anima “progettuale”, restando fermi nell’idea che arte contemporanea e design non possano mai intersecarsi. Ma si potrebbe obiettare che, in questo caso, quello che non fa l’arte lo si delega al progetto. Un modo per salvarsi la pelle, insomma…
«Arte e design sono fortemente intrecciati nella storia cittadina dal Novecento ad oggi e il loro connubio costituisce una delle anime vitali e internazionali di Milano. La prossimità con la settimana del design e il Salone del Mobile fanno sì che la “fotografia” del contemporaneo offerta dalla fiera non possa che presentarle vicine, anzi a braccetto! Per quest’anno la scelta è andata al territorio più ristretto delle gallerie internazionali che si occupano di edizioni limitate, ma stiamo già pensando per l’anno venturo di gemellare in qualche modo i grandi eventi di arte e di design».
Come ti sei trovato a gestire miart con la tua esperienza a Peep hole?
«Si tratta di ambiti diversi, anche se ciascuno rappresenta un aspetto necessario del sistema dell’arte dall’attività culturale e non profit all’evento di natura commerciale. Li considero ugualmente importanti nella mia esperienza di curatore per approfondire le tematiche legate all’arte di oggi».
Guardando ai programmi di miart, anche rispetto ai talks curati da Alessandro Rabottini e Fionn Meade, l’impressione è che si sia costruita una fiera in qualche modo anche intellettuale, che spinge verso un approccio dell’arte non solo “economico”, ma anche culturale. Credi che il “pubblico” prima di comprare abbia bisogno di essere, almeno, coinvolto?
«La mia idea è che la fiera sia un evento aperto e dinamico, un collettore di idee, tendenze, modi, personalità e il programma dei miartalk rispecchia e sviluppa quanto il pubblico vede negli stand delle gallerie espositrici».
A Torino “The Others”, a Bologna “Set-Up”. miart senza fiera giovane, ma con Flash Art Event, Step09 e Affordable Art Fair che si sono susseguite quasi a cadenza regolare negli ultimi due mesi. Come vedi questa specie di “grande abbuffata” dell’arte (seppur con diversissimi “prodotti”) su Milano?
«Mi pare un ottimo segnale di vitalità del contemporaneo per quanto riguarda l’economia e di interesse diffuso in maniera trasversale sotto il profilo culturale. L’elemento distintivo e insieme unificante tra le manifestazioni d’arte e mercato deve essere la ricerca di una qualità alta dell’offerta».
Cosa funziona a Milano, e cosa invece manca, su un piano non solo del “sistema dell’arte”, ma culturale?
«In passato la scarsa disponibilità a fare sistema tra le istituzioni culturali pubbliche, le fondazioni e tutti quei soggetti dediti alla promozione artistica e culturale. Uno dei punti cardine del nuovo progetto di miart 2013 è proprio quello di coinvolgere la città intera in modo da creare un’offerta globale e variegate per il pubblico internazionale».
Quali sono stati i tuoi riferimenti “fieristici” per costruire miart 2013? Hai avuto un modello di ispirazione preciso rispetto a kermesse già esistenti?
«Da sempre sono stato un assiduo visitatore di Art Basel e di Frieze a Londra, che considero due tra gli appuntamenti fieristici più importanti del mondo per chi ama l’arte, ma penso che la fiera del momento sia Fiac a Parigi che è il mix perfetto di tutti gli aspetti fondamentali di un evento di questa natura. Tra le fiere più piccole e non “occidentali” guardo con molta attenzione a Zona Maco di Città del Messico e le due brasiliane SP Arte di Sao Paulo e Art Rio di Rio de Janeiro».

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