Ancora una volta il labile confine tra fiction e cronaca viene impiegato come cornice per una narrazione che traghetta su Netflix contenuti degni di una produzione targata Mediaset: avevo battezzato così le prime immagini che scorrevano sullo schermo del mio laptop, dedicate alla Roma da favola che ospita Baby, la serie che mette in scena l’altra faccia della famiglia italiana. E non mi sbagliavo.
In fila indiana trovano ricorsivamente spazio figlie e figli che si confrontano con una tormentata ereditĂ fatta di solitudini profonde e responsabilitĂ disattese e colmate dal vuoto del benessere, genitori in qualitĂ di attori non protagonisti e, dunque, spettatori inermi di questo sfacelo generazionale.
Luogo singolare d’elezione, intreccio tra famiglia e cosa pubblica, è la scuola – privata – al netto del suo pontificare una strategia educativa e senza attrito con il suo teatrino misto di figuranti e attori secondari, studenti e professori. A queste maschere sono dati in pasto tutti i nodi al pettine del più stereotipato salotto televisivo, da una dichiarata omosessualità alla stupefacente tonica dello spaccio tra liceali, senza dimenticare che le nuove dive del piccolo schermo, adolescenti levate ai banchi per le passerelle insieme alle decane della fiction – con Claudia Pandolfi a fare da madrina legittimata da una relazioncina con lo studentello belloccio e la scusa di uno spinello; senza dimenticare Isabella Ferrari, ed è subito Distretto di Polizia – sono a loro agio come non mai davanti alle telecamere. Siano esse proprie o altrui, in quanto mezzi di produzione e riproduzione ne processano in tempo reale la carriera. Insomma, un pot-pourri di motivi che celebra le notti romane di ragazzi di vita virtuale, in qualche modo un liceali 2.0.
Il punto su cui vorrei insistere è questo: il fatto che un serie stia su Netflix non la rende migliore delle altre, anzi. Nella tv di Stato sono passate cose simili, a partire da Cuori rubati. Andava in onda su Rai 2, non c’era questo sonoro da sound design eppure funzionava lo stesso. Che la grande fiction italiana possa trasferirsi su Netflix per incontrare un pubblico internazionale che potrebbe godere dei nostri stereotipi non mi sembra un gran bel passo in avanti: secondo la formula già storicamente comprovata dal successo de La grande bellezza, solo il marcio diventa brand e anche questa serie prova a misurarsi con lo spazio della vergogna ma non ci riesce, per quello stesso moralismo tipicamente italiano che ci fa apprezzare Gambardella prima, Chiara e Lavinia poi.
Il pubblico della serie è fatto di studenti liceali che si riscoprono nelle vite delicate dei loro beniamini sul piccolo schermo, ne rintracciano affinità teoriche e pratiche, si lasciano andare all’emulazione di una pagina aggiornata su Instagram con la foto giusta in primo piano, la didascalia adeguata a far riflettere, le reazioni giuste da mettere insieme per fare di ogni upload un’avventura. In definitiva, Baby si fa guardare prima, dimenticare poi come qualsiasi episodio di cronaca. Aspettiamo il terzo tempo – ultima stagione in uscita nel 2020 – pur sempre da prima pagina.
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