Sulla scorta di un’incisione pubblicata da Grosso Cacopardo nelle sue Memorie de’ pittori messinesi del 1821, Frommel aveva creduto di individuare in Mario Minniti (1577-1640) il giovane modello presente in alcune delle prime composizioni romane del Caravaggio. Lo studioso aveva riconosciuto il volto tondo e un po’ beota del giovane amico siracusano del Merisi nel Bacco degli Uffizi, nella Buona Ventura della Pinacoteca Capitolina di Roma, nel Suonatore di Liuto dell’Ermitage e nelle grandi tele del Martirio e della Vocazione Contarelli in San Luigi dei Francesi a Roma.
Di un “Mario pittore” in effetti parlavano già le più antiche fonti romane sul Caravaggio. I documenti raccontano di un “amico Mario” con cui il Merisi condivideva casa e bottega e spesso il nome del Minniti compare pure nelle cronache delle ben note vicende giudiziarie in cui il lombardo fu implicato. Nel gioco delle coincidenze e delle somiglianze, alcuni studiosi si sono spinti oltre, e hanno immaginato che “Mario”, oltre che primo modello per Caravaggio, fosse anche suo amante, nonché suo fedele collaboratore e copista. Al Minniti, per esempio, Marini ha riferito di recente alcuni “doppioni” caravaggeschi dalla controversa autografia.
Le tortuose vicende biografiche dell’artista siracusano – il precoce trasferimento a Malta e quindi a Roma, la pericolosa amicizia con il Caravaggio, il brusco rientro in Sicilia – hanno contribuito ad alimentare ipotesi romanzate, e spesso del tutto fuorvianti, sulla reale natura dei suoi rapporti con il Merisi, spostando di fatto l’interesse di alcune indagini più sulle sue vicende personali e sentimentali che non sulla qualità della sua pittura. La sua produzione è così rimasta a lungo ai margini di un impegnativo approfondimento monografico tale da consentirne una valutazione generale che ricostruisse il prima e il dopo del suo catalogo indipendentemente dagli anni di più stretta osservanza caravaggesca (Decollazione di san Giovanni Battista, Miracolo della vedova di Naim).
Un tentativo di rigoroso inquadramento storiografico viene quindi da questa mostra siracusana in cui le opere del Minniti, discontinue per qualità e coerenza di linguaggio, rivelano un artista sensibile anche ad altri indirizzi di ricerca pittorica, spesso in contraddizione fra loro, ma assolutamente in linea con quel contesto siciliano di primo Seicento, ancora indeciso fra tarda maniera controriformata, naturalismo e classicismo. La fortuna di commissioni cui il Minniti faceva fronte con il supporto di una nutrita
Le opere della maturità appaiono però progressivamente affrancarsi dalla lezione del Caravaggio e sembrano caratterizzate, al contrario, da un diverso uso del colore, steso per pennellate libere, in tonalità tendenzialmente più chiare e luminose (San Domenico di Silos, Immacolata Concezione).
davide lacagnina
mostra visitata il 12 giugno 2004
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