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Fino al 22.IX.2016 | Stefano Arienti, Mano d’oro | Galleria Francesco Pantaleone Arte Contemporanea, Palermo

di - 21 Settembre 2016
Nel trentennale della sua carriera artistica, Stefano Arienti lancia un chiaro messaggio e lo fa da uno dei luoghi palermitani in cui l’arte è di casa: la galleria Francesco Pantaleone. Rivolgendosi agli addetti ai lavori così come al neofita che si avvicina a questo mondo, il copione non cambia: è ancora possibile dire o fare esperienze nuove laddove si pensa che non possa succedere, perché già detto o fatto da qualche altro. Il tutto senza la pretesa di artifici accademici, senza virtuosismi fini a se stessi, che rievocano gesti a effetto.
Con “Mano d’oro”, a cura di Agata Polizzi, l’artista innesca una riflessione che oltrepassa il campo artistico – con le dirette speculazioni che ne conseguono – per toccare le corde della società, sempre più tese verso lo spreco e alla ricerca dell’effimero, che non dà più valore alle cose semplici.
Il filo conduttore della mostra è il richiamo ad un uomo che con Arienti ha un background in comune, ovvero la stessa provenienza da ambienti contadini, quasi bucolici. Si tratta dell’olandese Vincent Van Gogh. Utilizzando tecniche del passato, il pittore originario del mantovano plasma la materia esistente, attingendo alla tradizione popolare, per farla nascere a nuova vita, trasformandola in arte ricercata.
Dalla cancellatura dei poster – come nell’opera Oceano trasparente in cui un’isola è letteralmente scomparsa lasciando il posto ad un fondo bianco – all’uso dell’inchiostro d’oro sui quadri – da qui il rimando al titolo della mostra antologica; dalla tecnica del traforo sino a quella del dipinto su puzzle o che prevede la collocazione di tasselli dei medesimi su opere già esistenti, esaltandone l’originalità. Suggestiva è di certo la tecnica dell’applicazione del pongo sui poster, che trasforma la Notte stellata di Van Gogh, in qualcosa di materico, carico di colori ora rossi, ora verdi, ora blu, che sembrano fuoriuscire dalle 4 tele in esposizione, che rimandano alle pennellate turbinose e ondulatorie dell’originale. Così come nella riproduzione dell’Autoritratto, datato 1889, in cui Arienti sbiadisce volutamente i colori originali – tramite la tecnica della cancellazione – preservando gli occhi penetranti di Van Gogh, che sembrano guardare verso un nuovo orizzonte.
Ulteriore omaggio al pittore originario di Zundert sono i teli antipolvere su cui Arienti riproduce, avvicinandosi il più possibile alla calligrafia di Van Gogh, le missive rivolte al fratello e a due artisti a lui coevi. Particolarmente interessante è l’inclusione di appunti che l’Olandese annotava nei suoi quaderni, in riferimento alle misure, colori e soggetti delle sue opere in divenire.
Il puzzle raffigurante la nota figura di Tutankhamon, puntellato dall’inchiostro d’oro è invece l’emblema di come l’assenza di originalità per l’abuso fatto nel tempo, possa trasformarsi in elegante cambiamento verso il nuovo, quasi ci fosse una forza ricreatrice mistica e ancestrale.
La chiave di volta nell’arte così come nella società osservata da Stefano Arienti, esausta e alle corde per via dei troppi compromessi, è il “riuso”, il riciclo per dare nuova linfa a qualcosa che è stato smembrato dei suoi tratti distintivi. In “Mano d’oro”, ciò che colpisce è proprio l’arte di riadattare l’arte e di conseguenza la vita.
Dario Cataldo
mostra visitata il 9 settembre
Dal 7 luglio al 22 settembre 2016
Stefano Arienti, Mano d’oro
Francesco Pantaleone Arte Contemporanea
Corso Vittorio Emanuele 303, 90133 – Palermo
Orari: da martedì a venerdì dalle 10 alle 19; sabato dalle 10 alle 18
Info: www.fpac.it, info@fpac.it

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