C’è un punto di sospensione all’interno di ogni immagine, luogo o situazione, un momento di pausa breve in cui l’osservatore, immerso in una riflessione (dis)attenta, posa l’occhio e la mente su uno scarto, una parentesi, un dettaglio inutile. I non-luoghi che Emanuele Costanzo (Pesaro, 1974) sceglie come propri segmenti di osservazione sono quelli impersonali dell’andare-e-venire, gli spazi collettivi, le zone dell’anonimato.
Abitati dall’assenza di una moltitudine indistinta, attraversati da soggetti in transito, sono spazi che rimangono vuoti: piscine, sale d’attesa, garage, fermate della metro. Scomparsa ogni presenza umana. Qui, nella rapidità che fluisce, priva di accento od eccezione, l’occhio è chiamato a decodificare.
Sulle sue immagini fotografiche, racchiuse da tagli ravvicinati ed essenziali, Costanzo incide sagome di oggetti comuni, operando una equivoca sovrapposizione: saponi,
Il gioco è quello di un continuo entrare e uscire da un contesto, mescolando i dati ed i livelli, per porre un punto di domanda e riuscire a sbalordirsi di fronte alla misteriosa fascinazione dell’inessenziale.
Il tema del corrimano, già presente in molte fotografie, è un po’ il filo conduttore dell’ esposizione: un video mostra l’immagine fissa di una ringhiera qualsiasi, su cui le mani di gente qualsiasi si posano senza sosta e senza attenzione; una riproduzione a grandezza naturale dell’oggetto è posta di fronte al monitor, in un angolo della galleria. Un utensile, sfiorato con distrazione massima, è elemento concreto che esemplifica il passaggio di una fisicità inconsapevole e transitoria. Non c’è alcuna cura nel maneggiare le nostre cose quotidiane, e una frase – anch’essa banale, stereotipata – è un’indicazione che invita a fermarsi, nel tentativo di sospendere la presenza-assenza.
helga marsala
mostra visitata il 6 dicembre 2003
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