L’esposizione su Walter Fusi si colloca perfettamente all’interno della politica cultura del comune di Colle val d’Elsa che, con lo strumento del rinnovato museo di San Pietro, vuole allestire mostre con una attinenza, diretta o indiretta che sia, alla città.
In questa gradevolissima cittadina, arroccata su uno sperone di tufo tra Siena e Firenze, espone le sue centodieci delle sue opere uno dei figli di Colle Val d’Elsa. Walter Fusi dichiara che i suoi lavoro sono legati l’uno all’altro come dei vagoni ferroviari, nessun quadro può prescindere da quello precedente e da quello successivo.
Il percorso espositivo, eccellente viaggio nel colore e nell’interiorità del maestro Fusi, è articolato sui due piani del Museo di San Pietro.
Si parte dagli anni ’50, gli anni dell’esordio di Fusi che, dopo una prima esposizione nel ’47 proprio a Colle, va a cercar fortuna a Firenze dove, nell’ambiente del caffè Giubbe Rosse, tra Ottone Rosai e Romano Bilenchi . Già in questo periodo è evidente come l’artista cerchi di perseguire un suo personalissimo percorso intellettuale lasciando a margine l’adesione alle correnti e peggio alle mode del periodo. Un rapporto decisamente atipico rispetto al suo mondo.
Nel primo piano, esposti su un allestimento sobrio ed efficace, ecco i Nudi con i quali, negli anni ’50, Fusi realizza i suoi primi tentativi non figurativi. Ci si aggira tra colorazioni cupe all’interno di una ricerca cromatica che spazia tra il verde e l’azzurro, tutti scurissimi, non trascurando tutti i toni del grigio e dell’ocra. Quello degli anni ’50 non è evidentemente il Walter Fusi padrone del colore che conosciamo oggi e che fa mostra di se al secondo piano del museo. Ci troviamo all’interno delle opere del secondo grande periodo del maestro: la fase analitico razionale.
L’opera si fa macchinosa, calcolata, le forme diventano stilizzate si creano |segni| che ricordano l’arte di Capogrossi piuttosto che di Giò Pomodoro (già visto a Colle qualche mese fa). Nelle sale successive la poetica di Fusi si fa più ariosa, probabilmente più serena, sicura e consapevole. Siamo alle opere degli anni ’80 e poi degli anni ’90 nei quali spiccano gli immensi Carmina Burana, grandi pareti composte da tanti tasselli multicromatici.
Il catalogo, come la mostra, è stato curato dal critico Giuliano Serafini ed è un ottimo compagno di viaggio durante il percorso espositivo per comprendere la figura di questo maestro che dipinge con la sfortuna e la fortuna di essere al di fuori che quello che qualcuno chiama “circuito dell’arte”.
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massimiliano tonelli
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