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58 Biennale/20. Perché l’Egitto non è il peggiore padiglione nazionale, tra gli altri

di - 12 Maggio 2019
Non cederemo al fascino della facile stroncatura, non per il padiglione Egitto. Acclamato tra i più improbabili visti tra Arsenale e Giardini di questa 58ma Biennale, non ha il merito di essere il più deludente. Potremmo, anzi, ergerlo a esempio di proposta coraggiosa, apprezzando lo sforzo del curatore Ahmed Chiha, di fornire una organica identità alla ricerca nazionale attuale, non necessariamente riuscendoci. D’altronde, commissionato dal Ministero della Cultura del Governo egiziano, restituisce un’immagine sedimentata della nazione africana, del cui passato glorioso non restano che monumentali leggende.
A metà tra un set cinematografico degli anni ’20 e una ricostruzione in stile per la sala didattica di un museo, l’opera di Islam Abdullah, Ahmed Chiha e Ahmed Abdel Karim si è mirabilmente imposta all’attenzione dei visitatori e della stampa internazionale, raro esercizio per uno dei padiglioni considerati minori in quanto a numero di partecipazioni alla Biennale. E scommettiamo che, oltre agli addetti ai lavori, rimarrà memorabile anche per il resto del pubblico, almeno per qualche tempo.
Accolti da sfingi tecnomorfe, solide per materiali e intenzioni, si assiste allo spettacolo di schermi rotanti e antenne paraboliche installati al posto delle teste femminili. E non basta. A parte il finto oro che tappezza l’intero padiglione e rotoli di papiro sparsi qua e là – più simile all’ambientazione di un numero di Topolino, con Zio Paperone che tenta di trovare il tesoro del faraone – a rendere stucchevole l’esperienza del visitatore è l’antro, di circa un metro di altezza, che costringe a chinarsi per guadagnare l’uscita.
Ma, al di là dell’iniziale sconcerto, occorre fare i conti con le nostre aspettative. Non potendo evadere dallo stereotipo di un Paese incastrato nell’immaginario di matrice occidentale edificato, dal XIX secolo in poi, attraverso libri, dipinti, incisioni e poi film e best-seller, il Padiglione egizio sceglie di restituire, nella sua irrisolta formula, quel che il pubblico continua a chiedere che il Paese sia. Nilo, sfingi, sabbia e la capricciosa Cleopatra con il carré nero. Se nemmeno la Primavera Araba del 2011 è riuscita a mutarne i cliché, non possiamo aspettarci che vi riesca un’opera d’arte.
Sicuramente è il fiore all’occhiello di questa Biennale, che non brilla per iniziative audaci. Piuttosto, tra i padiglioni nazionali e quello centrale curato da Ralph Rugoff emerge la necessità di non avventurarsi per vie impervie. Per esempio, le scelte – comode – di una Russia ripiegata sulla figura di Rembrandt, o dell’Olanda, con riverberi De Stijl. A deluderci, dunque, non sono tanto Egitto o Antigua e Barbuda, quanto colossi come Canada, Germania e Cina. Un’annata, insomma, caratterizzata dalla prudenza. Certo, la bontà è nel mezzo ma un po’ di immaginazione non avrebbe guastato.
Poche, comunque, le installazioni ambientali di matrice immersiva come quella egiziana, tra le quali (forse?) si potrà annoverare il Padiglione Italia, labirintico solo nelle intenzioni curatoriali e non abbastanza rappresentativo della ricerca dei tre artisti, Enrico David, Chiara Fumai, Liliana Moro. Insomma, solo effetti speciali, anzi uno. (Luciana Berti)

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