Si presenta come la “nuova campagna comunicativa” della Galleria Contemporaneo, spazio espositivo pubblico di competenza del settore Beni, Attività e Produzioni Culturali del Comune di Venezia, aperta a Mestre nel 1998. Che significa? Il progetto – a cura di Chiara Sartori – sarà reso pubblico solo con l’inaugurazione, per ora si sa che “mediante un linguaggio e modalità proprie delle stesse pratiche artistiche che intende comunicare, la Galleria Contemporaneo si apre ad un pubblico ampiamente diversificato con un progetto comunicativo che si colloca ai limiti dell’intervento artistico e definisce l’identità di uno spazio espositivo pubblico specificatamente dedicato alle arti visive contemporanee”. Del resto, c’è o non c’è il punto interrogativo fin nel nome dello spazio? Non resta che aspettare la presentazione del progetto, che sarà seguita da una performance dei Papiers Collés – Lorenzo Commisso (laptop) e Stefano Giust (batteria).
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aspettiamo l'inaugurazione per conoscere il contenuto del progetto che non puo' che essere ad altissimo livello.
ARTE.FRA
iO C'ERO ED E STATO DESOLANTE, IL TUTTO è PASSATO SENZA LASCIAR TRACCIA IN UNA CITTA MORTA
La programmazione 2006 della Galleria Contemporaneo di Mestre resta ancor oggi un memorabile repertorio di banalità utile da analizzare per capire i più comuni errori compiuti dalle istituzioni italiane d’arte contemporanea e premessa delle successive mostre 2007 firmate Riccardo Caldura.
Già leggendo la lista dei tre artisti invitati nel 2006 notiamo che essi rispecchiano una sola tendenza dell'arte contemporanea, evidentemente quell’unica che piace al curatore, eppure il Contemporaneo non è una galleria privata ma uno spazio espositivo pubblico che ha il dovere restituire un'immagine credibile della produzione artistica attuale.
“Esther Stocker”, “Attila Csorgo”, “Marotta & Russo”: la formula scelta è quella del nome-cognome; escluse esposizioni di ricognizione o mostre con un’idea tematica innovativa.
Caldura, in un articolo apparso nel 2006 su “News Candiani”, definiva il Contemporaneo di Mestre come un “spazio pubblico di ricerca”, e anche nel sito web dell’istituzione il termine “ricerca” ritornava più volte in presentazioni di esposizioni e incontri del 2006;
nel medesimo articolo, lo spazio mestrino veniva descritto come istituzione per artisti che hanno “già maturato una significativa attività espositiva sia in spazi pubblici che privati”, in altre parole una realtà appiattita su percorsi sicuri di circuito, nomi noti, già mid-career, non certo delle scoperte inedite. Chiaramente una selezione di base così restrittiva esclude l’autentica ricerca.
La monotona e prevedibile programmazione di una gestione provinciale ci è stata venduta per operazione di “ricerca” dove la routine del sistema dell’arte doveva apparire il massimo dell’innovazione; in questo disastro non basta qualche evento collaterale a cambiare la sostanza delle cose.
Ma veniamo ora al presente. Gazzettino dell’11 gennaio 2007: “La Galleria mestrina si rilancia in una nuova veste incentrata sulle personali e collettive di artisti locali e internazionali”. Dopo le critiche alla passata gestione il Contemporaneo cerca ora un rinnovamento che appare faticoso, comunque sempre condizionato dal background del curatore, fatalmente datato, segnato da dogmatismi e rigidità anni ’90: sembra di trovarci dinnanzi a mostre di dieci anni fa.
La mancanza di metodo, l’incapacità di articolare progetti complessi riducono le scelte curatoriali ad una contemporaneità di maniera, dove una sembianza di rigore viene simulata con la ripetitività delle proposte e la censura su intere aree della produzione dell’arte visiva contemporanea.
Daniele Scarpa Kos