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Affaire “Digitalife”. Odile Decq e il MACRO: ecco il punto di vista dell’architetto francese

di - 25 Ottobre 2013
In questo momento è presente alla Slick Art Fair parigina, nello stand di Bernard Chauveau Éditeur, con un nuovo progetto serigrafico, Monolithe, che arriva dopo Phantom nel 201,  e Macro nel 2010. Una serie che si accompagna, come sempre, al lavoro architettonico della progettista francese Odile Decq, che ha contribuito a trasformare il MACRO nei suoi spazi come lo vediamo, e usiamo, oggi. E al MACRO, entro l’anno, sarà anche presentato anche il libro d’arte dedicato al museo. La Decq, insomma, è un’altra professionista che a Roma ha lavorato non poco, e che ha contribuito a cambiare parte della fruizione dell’arte in città. Che cosa pensa di tutta questa situazione? Gliel’abbiamo domandato, con le nostre tre domande.
Un altro bel pasticcio per il MACRO, vero? Come vede la situazione, lei che a Roma ha lavorato molto e che ha contribuito a portare al museo un nuovo e grande appeal?
«La situazione  economica in Europa sta diventando ogni giorno più difficile e purtroppo  la cultura ne fa le spese non capendo che soprattutto in Italia ed in particolare  Roma con  le sue aree archeologiche, veri e propri musei a cielo aperto ma anche  la contemporaneità del Macro, Maxxi,  Auditorium, Ara pacis e presto il Palazzo dei congressi, con anni di ritardo rispetto al resto d’Europa, rappresentano  una  risorsa  fondamentale per l’immagine della città che per troppi anni è rimasta immobile».
Le faccio una domanda retorica: firmerà la petizione di Macroamici indirizzata al sindaco Marino e all’Assessore Barca? Non crede che, oltre a far presente i problemi, vi siano rapide decisioni di prendere proprio a livello strutturale del museo? Non ci sembra più fattibile tenere in scacco un’istituzione culturale come il MACRO a causa dei giochi e dei cambiamenti della politica…
«Certamente firmerò la petizione di Macroamici. La crisi decisionale è un fenomeno anche francese perché siamo come atterriti dalla crisi e dalla mancanza di denaro non capendo che in questi momenti l’unica ricetta è rischiare con delle idee propositive.
I soldi per sostenere la cultura si trovano attraverso una progettualità di  pensiero e risorse umane.
Il macro ha avuto una bellissima stagione in cui nonostante le difficoltà ha attuato una politica di apertura  a progetti diversi, sia  di artisti consacrati dal mercato  ma anche di giovani  che si confrontano con la realtà romana attraverso 6 mesi di lavoro  nelle  residenze d’artista del museo.
L’immagine nazionale e internazionale del Macro è buona e questo mi fa sperare che le istituzioni non rinunceranno a un museo  così importante per la città. Sarebbe davvero riportare Roma agli anni della sua ben nota  immobilità. Cosa che non risponde alle esigenze di superamento della crisi. Però basta dire che l’Italia è diversa dal resto d’Europa! I giovani e le persone colte esistono a Roma come a Parigi. È un alibi per chi non vuole risanare il Paese».
Francia e Italia sotto questo punto di vista, sono due Paesi agli antipodi. Come lavora un professionista straniero nel nostro Paese? Che difficoltà, anche politiche, ricorda rispetto al suo progetto sul MACRO? Ci dà una sua ipotetica soluzione a questo “caso”?
«Quando la politica non risponde più alle esigenze dei cittadini, ma si muove in una logica autoreferenziale, purtroppo diventa difficile lavorare ma è vero che se si lavora bene i risultati ci sono, comunque. Ad esempio la gente che mi ringraziava all’inaugurazione del museo perché  la terrazza con il ristorante e il caffè erano  diventati  una piazza per il quartiere dove avvenivano cose che li avvicinavano al mondo: è troppo tardi per tornare indietro.
Roma è già nel futuro. Mi sembra che sia importante mantenere la calma e continuare a lavorare  su un progetto  di museo intelligente  per  relazionarsi  con il resto del mondo e trovare così il denaro per continuare. La cultura non è un lusso, è una necessità».

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