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Affordable Art Fair. Qualcosa da salvare nel mercato del low cost, con i galleristi in attesa del pubblico della domenica |

di - 8 Marzo 2014
I numeri si vedranno nel corso di questa giornata, ma soprattutto di domani. Le aspettative, però, restano buone, e se si considera che già stamattina una fila lunghetta si era formata all’ingresso del Superstudio, probabilmente le somme saranno positive anche quest’anno. Stiamo parlando della terza edizione milanese dell’Affordable Art Fair, fino a domani in via Tortona, che vede riunite 85 gallerie, di cui 35 straniere. Come va, come non va, il nostro giro lo iniziamo proprio dall’estero, con la World Forniture Traders di Pittsburgh, che fa lo sconto del 15 per cento ai collezionisti under 30, su un prezzo minimo di 200 euro. In mostra remake di pollockiana memoria, e dell’Espressionismo astratto a più ampio raggio. «Diciamo che il mercato è ponderato. Abbiamo venduto pezzi, ma i collezionisti hanno bisogno di un po’ di tempo per riflettere», ci spiegano i galleristi. Che seguiranno anche le altre tappe di Affordable nel mondo, a partire da Londra, «perché la formula della fiera è ottima».
Pochi stand più in là e incontriamo Giovanbattista Bevacqua, della lucchese Giò Art. È all’Affordable per la prima volta e porta multipli firmati da Warhol, Schifano, Lichtenstein e anche di un italiano più o meno illustre, Pietro Annigoni, riconosciuto per lo più in tempi recenti, quando Francesco Bonami l’aveva messo dentro la sua “Italics” a Palazzo Grassi.
«La fiera è si situa su un livello medio alto, gli artisti emergenti sono bravi, e la buona parte di estero fa capire che Milano, sotto questo punto di vista, è una piazza importante». Quindi si vende? «Si, si vende bene e per ora sono usciti una decina di pezzi, ma il grosso si vedrà domani».
Esaltati dalla fiera (a cui partecipano per la seconda volta) gli australiani della Retrospect Galleries di Byron Bay, che espongono di tutto un po’: alcune belle fotografie, pittura parecchio discutibile, originali stampe in stile arazzo. A qualsiasi domanda non una perplessità: si vende benissimo, i collezionisti sono tantissimi e la fiera è bellissima. Meglio di così! Beati loro. Tiziano Todi, della Galleria Vittoria di Roma, è invece un po’ più cauto: «L’anno scorso sembrava che le cose andassero male, e invece nel week end fu un successo. Per cui aspettiamo l’ultimo giorno. La fiera in tutti i modi è buona, e ci sono politiche che apprezziamo molto, come ad esempio la trasparenza dei prezzi». Monografico, e affollato, lo spazio di Bleach Box Photography di Londra, con gli ottimi scatti di Richard Heeps, che partono da un minimo di 70 euro e arrivano al migliaio.
Ma a proposito di prezzi, quanto costa per un addetto ai lavori fare AAF? Anche qui le cifre sono in chiaro sul sito della fiera, e si sta intorno ai 200 euro per metro quadrato di stand. Se poi ci si mettono però trasporti, alberghi, imballaggi, allestimenti e varie ed eventuali, la cifra che un gallerista arriva a spendere si aggira sui 10-12mila euro. E per andare in pari bisogna venderne di pezzi da 500 o mille euro, eccome!
Ma com’è insomma questa AAF? L’offerta in generale resta quella delle fiere low cost, e su questo non ci piove: tanto colore, pittura, e pop in ogni salsa, come il simpatico lavoro dell’artista Hayat, presentato dalla parigina Vivendi, Parfume de revolte: un po’ duchampiano e anche un po’ troppo pettinato e ridondante: in una serie di sacchetti di plastica sotto teca, dove è stata stampata la celebre ombra del flacone di Chanel n°5, si è messa dentro l’aria di rivola di Tunisi, Teheran, Amman, Kiev e anche di New York con la sua “Occupy”. Quest’anno però, data forse anche una diversa disposizione a corridoi e stand, il format fieristico sembra meglio riuscito, meno asfittico e un poco più curato. Nonostante quel che poi, spesso, si trova alle pareti. Biglietto d’ingresso intero 13 euro, ridotto 10: non troppo affordable, ma se siete incuriositi…

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