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Alberto Boatto: Dal continente della vita ai fatti dell’arte. Antonello Tolve legge la figura del critico scomparso

di - 10 Febbraio 2017
Scrittore, saggista, critico d’arte e, successivamente, ma soltanto per una breve parentesi, docente presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, Alberto Boatto (nato in Toscana sul finire degli anni Venti) è stato, assieme ad una generazione di intellettuali che gravita su Roma, tra i volti più significativi nell’Italia del secondo Novecento.
Dopo una breve ma importante parentesi legata alla critica letteraria e cinematografica, entra a pieno titolo nel panorama dell’arte con una serie di interventi volti a scavare, in profondità, i nuovi astri della scena artistica internazionale. Nell’ottobre del 1964, dopo aver osservato la rivoluzione della Pop Art alla XXXII Biennale di Venezia e aver assistito al balletto di Merce Cunningham (Teatro La Fenice), decide di andare a New York, assieme a Gemma Vincenzini (la sua compagna) per «una frequentazione diretta dell’ambiente artistico attorno alle gallerie di Leo Castelli e di Sidney Janis». È da questo viaggio, dagli incontri con i protagonisti della nuova cultura americana e con gli astri nascenti dell’arte internazionale – conosciuti e frequentati (grazie a Leo Castelli) nel loro habitat – che nasce un resoconto felice, Pop Art in USA, il cui approccio socio-antropologico mostra una particolare attitudine di impegnarsi sul campo, di scavare nelle arene di saperi differenti. Di imbattersi, sia sul piano teorico che sul piano pratico, nei territori e nei dibattiti più vivaci dell’attualità.
Con Pop Art in USA (pubblicato per la prima volta nel 1967 per le edizioni Lerici) Alberto Boatto inquadra, dunque, attraverso un impegno partecipante, il disegno della nuova generazione artistica americana nella «realtà dei consumi», in un mondo, cioè, «dominato dalle cose dove l’uomo dilapida tutte le sue energie per consumare il più alto numero
possibile di immagini e di oggetti».
Proprio nel 1967, quasi contemporaneamente alla sua importante ricognizione sulla Pop Art, escono le Poetiche europee dell’oggettualità, ed è accanto a Filiberto Menna nell’organizzazione e nella cura della seconda rassegna internazionale di Amalfi (RA2), L’impatto percettivo, per costruire un percorso che attraversa e incrocia, con intelligenza, le esperienze della Pop Art e del New Dada, la visualità pura e l’astrazione lirica. Dieci anni dopo, una mostra itinerante – “Rauschenberg, viaggio nel dispendio” – organizzata tra il 21 aprile e il 16 luglio 1977 a Napoli, Bari e Palermo (meraviglioso e introvabile il catalogo pubblicato a Macerata da La Nuova Folio), evidenzia la sua frequentazione con lo scenario artistico americano.
Con la breve direzione di cartabianca – la rivista della galleria romana L’Attico (fondata da Fabio Sargentini nel marzo del 1968) che dirige per i primi tre numeri – raccoglie «attorno a sé personalità di primo piano della critica dell’epoca» e intraprende, così, un discorso editoriale che, nel 1969, dopo un raffreddamento con Sargentini, lo porta alla creazione di senzamargine, rivista straordinaria – carica di contenuti e dalla luminosa impaginazione affidata al, purtroppo un po’ dimenticato, Magdalo Mussio.
La volontà di costruire storie legate non solo all’arte ma alla creatività umana tout court, lo spinge a realizzare, nel 1974, una mostra di carta, Ghenos, Eros, Thanatos che, se da una parte disegna, per la prima volta, un percorso espositivo integralmente diverso, dall’altra segna anche una sempre più sentita insofferenza per la monogamia critica e il naturale «abbandono dell’esercizio esclusivo della critica d’arte e l’ingresso in una libera saggistica priva di confini determinati».
Cerimoniale di messa a morte interrotta (1977), Lo sguardo dal di fuori (1981), Della ghigliottina considerata una macchina celibe (1988) e il più recente Della guerra e dell’aria (1992), «una sorta di tetralogia», a detta di Roberto Lambarelli, che «esplicita», non a caso, assieme al recente Lo sguardo dal di fuori seguito da Il dialogo dello psiconauta (2013), «un inedito metodo di approccio alla realtà, alla cultura e all’arte contemporanea». Eros mediterraneo. Percorso nell’arte del Novecento (1999), Narciso infranto. L’autoritratto moderno da Goya a Warhol (2005) e Di tutti i colori. Da Matisse a Boetti, le scelte cromatiche dell’arte moderna (2008), assieme ad una catena di saggi esemplari apparsi su riviste di settore e ad una serie di monografie (imperdibile quella su Lichtenstein del 1966), rappresentano la forte adiacenza di Boatto all’arte contemporanea segnata, però, sempre da una volontà di sconfinare, di aprire gli orizzonti artistici alle varie declinazioni della quotidianità. Ad atmosfere che intrecciano il continente della vita alle ricerche e ai fatti dell’arte. (Antonello Tolve)

Articolo pubblicato su Exibart.onpaper 84

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  • Albano Morandi
    Brescia/Italia
    albano.morandi@alice.it
    è veramente una grave perdita per la cultura, Alberto Boatto è stato, oltre che un granmde Saggista/scrittore, un insegnante impareggiabile, all'Accademia di Belle Arti di Roma e Sabato un gruppo di suoi affezionatissimi allievi lo ha accompagnato in questo viaggio finale.

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