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Alla Reggia di Caserta, il progetto di Sasha Vinci e Maria Grazia Galesi trasforma la terra dei fuochi nella “Terra dei fiori”

di - 23 Maggio 2017
Proposte contro la guerra. Che ancora oggi, in Italia, si chiama mafia, disimpegno civile, indifferenza. I guerriglieri di Scicli, comune in provincia di Ragusa, alla volta di Caserta, per trasformare la terra dei fuochi ne “La terra dei fiori”. Nel giorno dell’inaugurazione del progetto di Sasha Vinci e Maria Grazia Galesi, visitabile fino al 30 giugno nei saloni del piano nobile della Reggia di Caserta, ne abbiamo parlato con il curatore Daniele Capra.
Un fiore reca con sé una rivoluzione. Come a Lisbona, come al G7 di Firenze o addirittura come ai tempi di D’Annunzio. Di cosa si tratta, di una chiamata alle armi pacifista?
«Nella cultura visiva occidentale il fiore è legato in maniera indissolubile alla bellezza, agli elementi transitori, ma anche alla caducità. Nel lavoro di Vinci/Galesi il fiore è un dispositivo che ha una funzione insieme estetica e politica: il suo splendore viene contrapposto alla condizione di sfacelo del presente, ne incarna le possibilità di inversione; iconograficamente poi nega le singole identità degli artisti (il loro volto è coperto di gerbere e crisantemi), trasformandoli in individui qualsiasi, in cittadini sui quali, in maniera surreale, sono nati dei fiori. La chiamata alle armi è rivolta a tutti coloro che hanno consentito, per distrazione o convenienza, che il luogo stesso in cui quei fiori sono nati diventasse la terra dei fuochi, dominata dalla camorra. Il progetto allora suggerisce di alzare la testa, perché una via d’uscita è necessario trovarla».
Dopo Scicli e Caserta, il progetto prevede altre tappe o altri luoghi che gli artisti vorrebbero riaprire e, diciamo così, far sbocciare e tornare alla vita?
«Il progetto è in progress e sicuramente non finisce qui. “La terra dei fiori” nasce dalle azioni di rigenerazione urbana messe in pratica da Sasha Vinci e Maria Grazia Galesi a Scicli, in Sicilia, rimettendo al centro dell’attenzione pubblica dei luoghi abbandonati della città come chiese, vecchi mulini, androni, che sono stati sottratti all’oblio dopo essere stati ripuliti ed avere ospitato mostre di arte contemporanea, confronti, dibattiti con filosofi, intellettuali, giornalisti. Al degrado si reagisce portando nuovi contenuti, sollecitando un cambiamento di abitudini. È quindi logico attendersi degli sviluppi. In quale direzione è ancora presto per dirlo, ma non mancano nel nostro paese numerosi stimoli».
Che senso volete dare a un progetto di questa portata: gettare il seme di una rivoluzione civile-politica e artistica?
«Con gli artisti condivido l’idea che l’arte non sia banale intrattenimento, quanto invece un imprescindibile strumento di sviluppo del pensiero critico, aspetto che si riverbera a pieno nell’essere cittadini. Viviamo in un contesto in cui ogni forma di non allineamento alla maggioranza è percepito come minaccia, anziché come opportunità. Capire, avere un’opinione e operare per un cambiamento, anche infinitesimale, è fondamentale per noi. Quelle migliaia di fiori sui mantelli degli artisti vogliono spingerci a rendercene conto». (Anna de Fazio Siciliano)
In home: Vinci-Galesi, La terra dei fiori, 2017, performance, ph. A. Zangirolami, courtesy aA29 Project Room, Milano/Caserta
In alto: Sasha Vinci, La terra dei fiori, 2017. Inchiostri naturali e sintetici su carta cotone, courtesy aA29 Project Room, Milano/Caserta

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