Dóra Maurer, Ph. Évi Fábián
È morta il 14 febbraio, all’età di 88 anni, Dóra Maurer, figura centrale della neo-avanguardia ungherese e protagonista di una ricerca che, per oltre 60 anni, ha attraversato incisione, fotografia, film sperimentale, performance e pittura. La notizia della morte è stata confermata dall’Accademia Széchenyi di Letteratura e Arte di Budapest, di cui era presidente dal 2017. Che si trattasse di piegare un tessuto, di invertire una sequenza fotografica o di far emergere nuove cromie dall’intersezione di piani geometrici, Maurer invitava a guardare le cose non per ciò che sono ma per ciò che potrebbero diventare. Un invito discreto e radicale insieme, come nel suo carattere.
Nata a Budapest l’11 giugno 1937, sei mesi dopo la morte del padre, Maurer crebbe in un contesto segnato dalla guerra. Si formò all’Accademia Ungherese di Belle Arti, dove studiò con Gyula Hincz e Sándor Ék, diplomandosi nel 1961 come grafica. Le prime incisioni, di matrice ancora surrealista, lasciano presto spazio a una ricerca più sistematica, incentrata su movimento, serialità e trasformazione.
Negli anni Settanta, mentre l’Ungheria vive le tensioni della Guerra fredda, Maurer elabora un linguaggio concettuale che sfida la tensione politica e sociale con ironia e rigore analitico. In opere come What Can One Do with a Paving Stone del 1971, una sequenza fotografica in bianco e nero in cui l’artista manipola un sampietrino in gesti ripetuti e minimi, l’immagine sembra voler scomporre l’azione: «Non consideravo queste foto come immagini, ma come segnali», dichiarava nel 1975, sottolineando l’interesse per la struttura più che per la narrazione.
La serie Reversible & Changeable Phases of Movement (1972–75) radicalizza questo principio: azioni quotidiane e gesti semplici, come il lancio di una palla, vengono organizzate in sequenze leggibili in entrambe le direzioni, mettendo in crisi l’idea lineare di tempo. Parallelamente, Maurer realizzava film sperimentali al Béla Bálasz Studio di Budapest, tra cui Learned Spontaneous Movements (1973), dove la sovrapposizione di voci e micro-gesti produce un effetto di dislocazione percettiva.
Se la critica occidentale ha spesso letto in queste opere un sottotesto politico, legato al contesto socialista in cui l’artista operava, Maurer ha sempre respinto una lettura programmaticamente ideologica. Il suo interesse, piuttosto, si concentrava su sistemi matematici e processi complessi: smontare un’azione, mostrarne le possibilità, invitare lo spettatore a immaginare alternative. La dimensione politica, semmai, emergeva nella libertà metodologica, nella scelta di un’astrazione che sottraeva l’opera alla retorica ufficiale.
Con l’allentarsi del controllo statale alla fine degli anni Ottanta, il colore entra con decisione nel suo lavoro. Le Handmade Fractal Paintings (1988–95), costruite su griglie di linee sottilissime e campiture vibranti, aprono la strada alla serie Overlappings (dal 1999), tele sagomate in cui forme cromatiche si intersecano generando nuove tonalità nei punti di contatto. Il movimento non è più solo analizzato ma viene direttamente incorporato nella superficie pittorica.
Per lungo tempo figura di riferimento culturale soprattutto in ambito centro-europeo, Maurer ha conosciuto un riconoscimento internazionale più ampio a partire dal 2011, con la partecipazione alla Biennale di Istanbul. Negli ultimi anni, le retrospettive alla Tate Modern di Londra e al Museum Haus Konstruktiv di Zurigo hanno consolidato la sua posizione nel canone dell’arte concettuale europea. Le sue opere sono oggi presenti nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York, della Hungarian National Gallery, del Centre Pompidou di Parigi e di numerose altre istituzioni.
Accanto all’attività artistica, Maurer ha svolto un ruolo fondamentale come docente all’Accademia di Belle Arti di Budapest dagli anni Novanta, influenzando generazioni di artisti, e come fondatrice e presidente della Open Structures Art Society.
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