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Apocalisse al Teatro Argentina. Enzo Cosimi lancia “My Day May Day”, e Andrea Fogli apre i sotterranei con una grande installazione

di - 16 Dicembre 2013
È stato Gabriele Lavia il promotore di tutto. Il regista ha chiesto ad Enzo Cosimi, con Maria Paola Zedda, coreografi e autori dell’omonima compagnia, di presentare in una giornata, al Teatro Argentina, una propria visione estetica, nonché l’ultima produzione Welcome to my world.
Un’occasione a cui non si poteva rinunciare, e per la quale Cosimi ha intercettato anche una serie di “amici e complici”, vicini al proprio lavoro da qualche tempo, tra cui il light designer Gianni Staropoli, in scena con l’installazione luminosa Flash Back, Stefano Galanti, con il video Smarra:Palinopsa, i Palchi Irreali del musicista Alvin Carron.
Ma c’è spazio anche per l’arte, per una grande installazione di Andrea Fogli, Agnus Day, che stasera dalle 18 si aprirà -ingresso libero fino a esaurimento posti, ed entrate cadenzate a gruppi di 15 spettatori- nei sotterranei del Teatro, per la prima volta aperti al pubblico, ispirata ai temi dell’Apocalisse e che rimette in scena l’ambiente dove fu ucciso Giulio Cesare, la sala della Curia di Pompeo, associata al disastro di Fukushima. Risultato? Si intitola My Day May Day.
Una serata visionaria, ma soprattutto di sconfinamenti di genere, dove musica, rappresentazione, luce, installazioni, lavorano sullo stesso tema “liberatorio”, su una visione del mondo che se da un lato appare “distopica”, cambiando la prospettiva è solo naturale, correlata all’evoluzione dell’uomo.
Scrive Andrea Fogli «Non è una Apocalisse, almeno non quella che tutti si immaginano. Il tuo vero mondo [riferito a Welcome to my world di Cosimi] assomiglia proprio a questo. La natura vince il terrore e la malattia che l’occidente, con la sua ragione, la sua paternalistica religione, la sua sessuofobia, ci vuole scolpire dentro. A noi sta scolpire quel che siamo, senza remore, dimenticando ciò che ci ha assediato: guardiamo casomai all’India, al nostro oriente, terra dell’aurora che odora di terra, carne e gelsomini, dove  i corpi avvinti degli amanti, come a Khajuraho, avvolgono come una foresta i templi sacri. Non dovrà essere un nostro problema se preti neri e bianchi benpensanti restano attaccati al seggiolone: impariamo ad ignorarli. In noi e fuori di noi. E con questa pièce sento chiaro il suono di una pacificata liberazione».
Un ultimo appello, un “may day”, da non far passare nell’indifferenza.

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