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Bologna/In città. Al Mast le fabbriche e gli operai di Jakob Tuggener. In una mostra raffinatissima

di - 29 Gennaio 2016
Avvertenza: se non amate la fotografia documentaristica la mostra di Jakob Tuggener, considerato uno dei dieci migliori reporter al mondo per quanto riguarda gli scatti a tema industriale, non fa per voi.
Ma nonostante qualunque idiosincrasia sull’approccio e sul tema, rischiate di perdervi una mostra di estrema eleganza, negli splendidi spazi della Manifattura del per le Arti, Sperimentazione e Tecnologia.
Da cosa partono i curatori Urs Stahel e Martin Gasser? Dal libro Fabrik, edito nel 1943, che mostra attraverso il lavoro di Tuggener il legame a doppio filo, sempre più pericoloso e sempre più temibile che già da tempo aveva iniziato a legare l’uomo alla macchina, ma che forse con la seconda guerra mondiale in atto, la corsa alle armi, e la necessità di produzione, era diventato ancora più evidente (anche se va ricordato che il fotografo, per il suo “servizio” più famoso aveva fotografato la fabbrica meccanica MFO, in Svizzera, nel 1932)
Tutto bianco e nero, tra volti di operai, spedizionieri, magazzinieri ma anche tra le sete delle feste da ballo berlinesi contrapponendo, come si vede fortissimo in mostra, viti, ciminiere, munizioni, con dame eleganti, lampadari, cocktail. Quasi un prisma storico, dove la difficoltà del lavoro nel primo segmento di mostra (al primo piano), fa da specchio alla sfarzo dei “padroni” e delle loro serate mondane. Seta e macchine, questo è Tuggener, come diceva il fotografo di sé stesso. Vedere per credere: è l’occasione buona, anche perché mai in Italia si è vista prima d’ora una mostra così esaustiva.

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  • TERZO REPORT di Luca Rossi
    ‪#‎ArteFiera‬ 2016
    Oggi entriamo nel vivo. E’ impressionante come in fiera le cose migliori (perchè si può quasi oggettivamente dire cosa sia migliore) sono opere fatte da artisti ultrasettantenni o deceduti. E non consoliamoci con Miart o Artissima, perchè quelli giovani più cool propongono una forma di artigianato del moderno o si impegnano nell’elaborazione del mercatino dell’antiquariato. Le due cose migliori, unici stand che nel complessivo si salvano (tolte alcune opere qua e là) sono la Galleria Biasutti con una stand monografico su Giorgio Griffa e la Galleria Milano con tante piccole opere di qualità (anche qui artisti ottantenni e deceduti). Le tele di Griffa offrono l’unica boccata d’aria in fiera: leggere, intelligenti, poco pretenziose, fresche, originali. La scelta monografica fa sì che le opere permangano in testa. Ma il problema non è rappresentato dai galleristi e tanto meno dal pubblico e dai suo gusti. Il problema è un sistema critico e divulgativo TOTALMENTE ASSENTE prima e dopo eventi come questi. Ossia un sistema che è in grado di promuovere e valorizzare l’arte, e contribuire a indicare, argomentare, riconoscere e condividere il valore dell’arte. Arte come materia che presiede ad ogni altra disciplina, perchè “allenamento per la vista” che presiede a TUTTO. Quindi questa situazione è molto grave, perchè le persone girano cieche e fanno danni su danni, per poi rendersene conto troppo tardi. Sono ciechi che credono di vedere, molto peggio dei ciechi reali. Un cieco reale esce di casa, e fa subito un solo un errore e va sotto ad un’auto. Un cieco che invece pensa di vedere fa tanti errori, che creano una condizione tragica per sè e per gli altri. Servono divulgatori, ma soprattutto scuole che formino tali divulgatori, tali critici militanti. Parallelamente servono scuole che formino artisti rilevanti che sappiano lavorare in relazione al proprio tempo. Il problema italiano, e non solo, è essenzialmente formativo (NON EDUCATIVO), come la creazione di uno “spazio di opportunità” dove ricercare, indicare, condividere e riconoscere il valore dell’arte. Oggi vi invito ad una selezione di progetti presentati dal blog Whitehouse tra il 2009 e il 2016. Una nuova­non­nuova idea di mostra e di artista, e quindi di museo (il museo è sempre dove sei):

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