Mentre nella Manica Lunga si è appena inaugurata la retrospettiva dedicata a
Thomas Ruff, negli altri spazi del Castello, dal 3 aprile, prende forma
Che fare?/What Is To Be Done?, ciclo di performance che coinvolge alcuni tra i protagonisti dell’arte contemporanea nella riscoperta di questa pratica. Prendendo spunto dal pamphlet di Vladimir Lenin (1901-1902), e ripreso dall’omonima opera al neon di
Mario Merz, l’iniziativa del Castello di Rivoli intende riflettere sulla condizione e il ruolo dell’arte in relazione alla società e, attraverso la partecipazione del pubblico (sempre che sia ancora possibile parlare di dialogo rispetto all’individualismo che contraddistingue quest’ultimo decennio), aprire possibilità di relazione con l’esterno. E se l’azione degli artisti non dovesse esaurire l’interazione con il pubblico, ancor prima dei performers saranno i diversi curatori in conversazione con gli stessi a muovere ragioni e urgenze. Da aprile a fine giugno, dunque, si alterneranno azioni che coinvolgeranno la fisicità del corpo e la produzione di secrezioni durante l’esecuzione di un brano musicale con uno strumento a fiato (
Ana Prvacki); oppure gesti negati durante un litigio, dove le mani bloccate non serviranno più come forma verbale di comunicazione tipica della lingua italiana (
Nedko Solakov). Mentre l’unico italiano invitato,
Massimo Grimaldi, lavorerà sul potere evocativo delle immagini, il neo
Turner Prize Mark Leckey si muoverà in una forma ambigua di azione a metà tra la conferenza e il concerto. Infine, tra critica culturale e sociale,
Dan Perjovschi annuncia un’azione ossessivo-compulsiva che, nella ripetizione del gesto, crea e cancella al tempo stesso. Insomma, è un fare e disfare come nei più conosciuti ricorsi della storia. E, pur nella sua transizione direzionale, il Castello si muove. Sperando nel reincanto. (
claudio cravero)