– Ha citato il Centre Pompidou come modello, rispetto ad altre realtà come Tate Modern o Guggenheim. Quali possibilità ha il Maxxi di porsi su quella linea?
Non lo so, perchè architettonicamente il Pompidou era stato concepito come una macchina, con tutte queste funzioni diverse, biblioteca, centro mostre, centro infanzia, cineteca, terrazza panoramica, ristorante, shop. Non mi sembra che la stessa articolazione interna sia stata pensata per il Maxxi, che è in effetti un luogo che concettualmente rispecchia la fluidità, però nella pratica è poi molto unitario. Quindi lo vedremo solo alla prova dei fatti…
– Una struttura così ricca di appeal comunicativo, corre il rischio in prospettiva di farsi contenitore di mostre “vetrina” (vedi il Guggenheim, con le motociclette o Armani)?
Il problema è di governance, anche per la linea culturale da adottare. All’origine di queste mostre c’è un problema di fondi, quelle erano mostre di grande attrattiva popolare, o completamente finanziate. Molte istituzioni, soprattutto italiane, hanno la pessima abitudine di ospitare mostre cosiddette “blockbuster”, di scarso spessore scientifico ma di grande successo di pubblico, legato alla presenza di opere di Impressionisti o di artisti comunque popolari. C’è da sperare che questo non accada nell’unico museo nazionale, che dovrebbe essere un po’ il tempio della qualità…
– Quali dovrebbero essere dunque, a suo parere, i primi passi per iniziare col piede giusto, dopo l’euforia dell’inaugurazione?
Io non faccio parte della governance del Maxxi, quindi non ne ho idea, non conosco abbastanza il luogo, per poter dire cosa bisognerebbe fare… So quello che hanno fatto i più grandi musei internazionali, cioè hanno puntato molto su didattica e formazione, sul rigore scientifico delle esposizioni, su una capacità di collezionare con costanza, utilizzando le esposizioni come occasioni per ottenere dagli artisti prezzi migliori e pezzi migliori…
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