Categorie: Speednews

Da Londra: il meglio di Frieze? C’è anche un po’ d’Italia…

di - 15 Ottobre 2010

L’opera più intelligente di Frieze? Me as warhol in drag with scar, di Gillian Wearing, nello stand di Maureen Paley. Il meglio nello Sculpture Park di Regent’s? Untitled di Franz West, by Gagosian Gallery.
Opinioni soggettive, assolutamente confutabili, utili semmai a livello di segnalazione, o per dare un’idea da verificare e magari rinnegare. A fornirle è Ben Luke, critico dell’Evening Standard, il freepress attualmente più cool di Londra, che ha dato “i voti” dopo un primo giro alla fiera in occasione della preview.
L’opera più “colourful”? Trump, di Chris Ofili, da David Zwirner, mentre per l’artista più divertente – David Shrigley – bisogna cercare lo stand della Stephen Friedman Gallery. Il più caro? Damien Hirst, of course, anche se il suo The True Artist Helps the World by Revealing Mystic Truths (2006) White Cube l’ha venduto subito, per 3.5 milioni di sterline. Tocca invece ad Hauser & Wirth la “corona” dell’opera più impressionante e fastidiosa della fiera, Lingam, di Berlinde de Bruyckere.
Ma insomma, cosa bisogna assolutamente vedere a Frieze? In calce al divertente articolo, non manca la Top Ten, con una piacevole sorpresa tricolore. Fra i nomi consigliati, da Jessica Dickinson ad Annika Strom, Tacita Dean, Francis Upritchard, Sarah Lucas, Juan Uslé, Matthew Darbyshire, Gavin Turk, Gary Hume, compare anche quello di Nathalie Djurberg, da cercare nello stand di Gio Marconi…

[exibart]

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  • - L’attaccamento di rossi alla propria maschera (pseudonimo/blog) è feticismo come è feticismo l’uso dei proiettori vintage di ROSA BARBA. -

    - quando vedo un giovane rideclinare una maestro finisce che mi rallegro, anche se ripeto che si tratta di un'occasione mancata. - rossi

    è buffo scrivere di giovani artisti che declinano le intuizioni di maestri novecenteschi, quando s' adottano strategie e tattiche da fine anni sessanta (mail art, occupazione fantasmatica degli spazi, demifisticazione dell'opera feticcio + parziale diluizione del “lavoro” nell'informazione, ecc.) e anni novanta (nome multiplo, infiltrazione "opportunista" in magazine specializzati, ecc.)

  • Il problema è che questo fantomatico "@" non ha visitato e non parla nello specifico di progetti come I'm not Roberta, Giorgio II o Gost Track. Ma penso anche a One Calder, Expectation, De Carlo 2009 o Yes medio XXX a Palazzo Vecchio. C'è la foga di sminuire e liquidare velocemente luca rossi, evidentemente perchè si teme luca rossi. Molto più rassicurante essere tutti mediocri: " mal comune mezzo gaudio". Questo è tipico italiano.

    E come dire che una bravo fotografo copia da artisti degli anni '60 perchè usa la fotografia. Nel blog convergono tutti gli elementi del sistema, il punto è nei contenuti specifici. Inoltre la dimensione del blog è assolutamente originale se partiamo dal presupposto che il blogger-rossi veste ogni ruolo del sistema. I blogger citati non hanno questa consapevolezza: o sono artisti o sono critici. Rossi è soprattutto uno spettatore che scrive un blog. Il suo ruolo mi sembra quanto meno originale.

    Poi è molto interessante la responsabilità che viene data allo spettatore. Caro @ tu non puoi giudicare perchè non puoi essere spettatore fino in fondo. Stai giudicando da casa tua inchiodato al tuo computer. E questo mi sembra un antidoto a questa fase storica, senza però perdere una dimensione pop.

  • -Nel blog convergono tutti gli elementi del sistema, il punto è nei contenuti specifici. Inoltre la dimensione del blog è assolutamente originale se partiamo dal presupposto che il blogger-rossi veste ogni ruolo del sistema. I blogger citati non hanno questa consapevolezza: o sono artisti o sono critici. - francesco m.

    I blog citati, alcuni da quasi 8 -9 anni, fanno coincidere ogni ruolo del sistema nel blog stesso: spettatore, critico, curatore, gallerista, artista, in modalità più meno evidenti e smart, tentando di creare e mantenere un'autonomia e una complementarità dal sistema. (Forse questi bloggers tendono a smarcarsi con maggiore sincerità, rispetto a rossi, dai parametri novecenteschi di originalità/innovazione e dalle trite dinamiche di riconoscimento nel riferirsi alla propria ambigua e non programmatica operatività). (Per individuare poi questa coincidenza di ruoli, è semplicemente risalire ad alcune pratiche paraconcettuali della fine anni sessanta e/o seguire le vicende “personali/professionali” di alcuni protagonisti della scena new yorkese del tempo _ es. Ko. O Si.)

    È assolutamente superfluo riferirsi ai specifici progetti di rossi in quanto, come molteplici colleghi contemporanei _ e predecessori degli anni sessanta _, queste operazioni vivono come frammentazione dell’opera nell’informazione, come una moltitudine di segni cangianti e continuamente manipolabili nel blog. (L’argomentazione/critica lineare e puntale circa i “lavori” di un nome multiplo _ rossi, provdo, Jacopo dell. _ non né auspicabile né corretta. Le contingenze dei lavori di rossi (de carlo, gioni, new museum, ecc) sono un estenuantemente declinazione di un linguaggio intrinsecamente rassicurante, essendo strutturato entro anacronistiche coordinate oppositive: vecchio/nuovo, identità/anonimato, successo/fallimento, fruizione tradizionale della mostra/fruizione innovativa della mostra, CHIAREZZA/AMBIGUITÀ, ecc. Forse il rifiuto del dialogo, una delle _ ecumeniche_ finalità dichiarate da rossi, _ ma opportunamente smentibile con modifiche retroattive ai testi del blog, forse il rifiuto del dialogo è una scelta dolorosamente produttiva nella creazione di una distanza/complementarità dal sistema).

  • dimensione del blog è assolutamente originale se partiamo dal presupposto che il blogger-rossi veste ogni ruolo del sistema. I blogger citati non hanno questa consapevolezza: o sono artisti o sono critici. - francesco m.

    I blog citati, alcuni da quasi 8 -9 anni, fanno coincidere ogni ruolo del sistema nel blog stesso: spettatore, critico, curatore, gallerista, artista, in modalità più meno evidenti e smart, tentando di creare e mantenere un'autonomia e una complementarità dal sistema. (Forse questi bloggers tendono a smarcarsi con maggiore sincerità, rispetto a rossi, dai parametri novecenteschi di originalità/innovazione e dalle trite dinamiche di riconoscimento nel riferirsi alla propria ambigua e non programmatica operatività). (Per individuare poi questa coincidenza di ruoli, basta risalire semplicemente ad alcune pratiche paraconcettuali della fine anni sessanta e/o seguire le vicende “personali/professionali” d'alcuni protagonisti della scena newyorkese del tempo _ es. Ko. O Si.)

    È assolutamente superfluo riferirsi ai specifici progetti di rossi in quanto, come molteplici colleghi contemporanei _ e predecessori degli anni sessanta _, queste operazioni vivono come frammentazione dell’opera nell’informazione, come una moltitudine di segni cangianti e continuamente manipolabili nel blog. (L’argomentazione/critica lineare e puntale circa i “lavori” di un nome multiplo _ rossi, provdo, Jacopo dell. _ non né auspicabile né corretta. Le contingenze dei lavori di rossi (de carlo, gioni, new museum, ecc) sono un estenuante declinazione di un linguaggio intrinsecamente rassicurante, essendo strutturato entro anacronistiche coordinate oppositive: CONSAPEVOLE/INCOSAPEVOLE, vecchio/nuovo, identità/anonimato, successo/fallimento, fruizione tradizionale della mostra/fruizione innovativa della mostra, CHIAREZZA/AMBIGUITÀ, ecc. Forse il rifiuto del dialogo, una delle _ ecumeniche_ finalità dichiarate da rossi, _ ma opportunamente smentibile con modifiche retroattive ai testi del blog, forse il rifiuto del dialogo è una scelta dolorosamente produttiva nella creazione di una reale distanza/complementarità dal sistema).

  • @note: non sono d'accordo. Io credo che tu confonda la dimensione comunicativa con le proposte concrete di Whitehouse. Ogni galleria, museo e spazio no profit ha la stessa struttura di Whitehouse, non c'è niente di nuovo. Semplicemente Rossi esorbita questa struttura. Per restare ad un confronto recente: le esperienze di spazi no profit come brown o mars sono esattamente come Whitehouse. Invece di una persona si tratta di 3/4 persone che vestono tutti i ruoli. Lo spazio reale può essere ovunque o anche implodere in un una sola foto di documentazione. Però ripeto, questo non è per nulla originale. A mio parere sono molto più interessanti i progetti specifici.

  • Rossi sei tutto fumo e niente arrosto, parli di convergenza di tutte le figure professionali su un blog, ma tu sei il primo a distaccarti ipocritamente dal blog dicendo agli altri che giudicano inchiodati al computer.
    La realtà è che per ora hai solo mandato alcune mail e screditato altri artisti, se tu pensi che questi siano contenuti beh non lo sono, non basta far notare che in giro non ci siano contenuti per averne, né scrivere mail a gallerie e critici che anche nel caso ti rispondessero è solo perchè li conoscevi a monte della tua pantomima, inutile dire che è tutto legato alle pr e fare finta di disprezzarle quando tu sei il primo che le usa in modo ipocrita. @ ha ragione ed è stato molto lucido e colto nella sua analisi, mi spiace per te

  • Mi sono aggiornato ora sul confronto che mi riguarda ma che non c'entra con la notizia. Comunque.

    In questi mesi ho cercato di parlare delle opere, dei percorsi specifici di alcuni artisti, senza screditare, ma entrando nello specifico dei lavori e dei percorsi. Quello che in italia non fa nessuno perchè siete tutti collegati in un giochino ipocritca di compiacimento reciproco. Questo in uno stato di precarietà generale dove nessuno azzarda una critica perchè da quella persona potrebbe provenire il prossimo piccolo ingaggio. Il sistema italiano è troppo piccolo per scimmiottare il sistema internazionale. E questa carenza di confronto protratta negli anni è evidente nella sostanziale "eclissi degli artisti italiani nel circuito internazionale che conta" (cit. Pierluigi Sacco,2009, prima di Luca Rossi). Ma soprattutto nel linguaggio proposto in italia.

    Per le critiche: io uso la comunicazione come lo fanno decine e decine di gallerie, musei e privati. La mia proposta non si finalizza nella comunicazione ma è fruibile nella realtà o comunque in una dimensione "reale". La comunicazione indica un contenuto; non capire questo significa guardare il dito che indica la luna. Significa cadere in una trappola. Oggi mi sembra tutto comunicazione prima e dopo di "essere reale", e non ci vedo niente di male. Mi arrivano quotidianamente decine di inviti su Facebook per mostre e fantomatici artisti e ne sono nauseato. Dal grande museo fino a all'artista narciso sono tutti posti nel medesimo calderone comunicativo, si tratta di saper scegliere.

  • Rossi -La mia proposta non si finalizza nella comunicazione ma è fruibile nella realtà o comunque in una dimensione "reale". La comunicazione indica un contenuto; non capire questo significa guardare il dito che indica la luna.

    I “contenuti” di rossi sono pretestuosi ed inverificabili, essendo connotati da una rassicurante ambiguità che rende l’operatività dello stesso interscambiabile con la pletora di bloggers e di artisti fin qui citati. È impossibile porsi proficuamente sul “piano dei contenuti” con un nome multiplo _ rossi, Jacopo dell., ecc. _, data la fluidità del blog (“testi modificabili, ecc”), la schizofrenia dell’anonimato e la legittima eterogeneità dei fini che muovono coloro i quali, di volta in volta, indossano la maschera di rossi. La potenzialità del lavoro di rossi si è precocemente fossilizzato a causa di meccanismi di riconoscibilità (“continuo a fare quello che altri si aspettano perché …”) e per l’incapacità di portare fino in fondo la radicalità di certe (non originali) intuizioni iniziali (la distanza, un maccheronico solipsismo, ecc.).

    Ad un contesto artistico descritto come caratterizzato da sovraproduzione, interscambiabilità delle proposte e superficialità degli operatori e della fruizione, rossi si produce in un riflesso squisitamente novecentesco/modernista, tacciando i “competitors/colleghi” come “non abbastanza contemporanei” e/o “originali” rispetto ad un apparentemente monolitico sistema internazionale. Da qui struttura un’impalcatura discorsiva anni sessanta sul ripensamento/superamento della figura dell’arista, attraverso “lavori” che ridecodificano grossolanamente le coordinate ontologiche dell’opera/mostra _ quasi una sorta neo-neo-concettualismo lievemente naif_.

    È buffo che le analisi sul lavoro di rossi siano lette come una meschina reazione contestuale per il mantenimento dello status quo (“italici artisti lottano contro rossi per perpetuare la propria mediocrità”). Si sta facendo semplicemente esercizio di critica.

    È buffo pure come rossi si stupisca di un uso improprio di questo spazio (pare quasi invocare un intervento dall’alto per arginare analisi/critiche al suo lavoro).

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