Categorie: Speednews

Da New York: l’Armory magari non vince, ma abbastanza convince

di - 6 Marzo 2010

Sarà che molti stanno facendo il raffronto con la – pessima – edizione dell’anno scorso, ma la fiera principale di questi giorni a New York, l’Armory Show, sta riscuotendo pareri tutto sommato positivi. Ed è buona, in effetti, la sensazione generale; la qualità media (pur con evidenti cadute di stile) è decisamente alta, aiutata anche dal focus-Berlino. Le vendite non sono tonicissime, ma non si ascoltano neppure troppe lamentele tra i galleristi presenti. Certo, non c’è lo stand super-interessante, ma l’anno orribile 2009 sembra decisamente lasciato alle spalle.
Buona, poi, per venire incontro a gallerie magari di qualità, ma impossibilitate a spendere cifre monster, la possibilità per gli espositori di prendersi spazi 4×4: piccoli loculi che però permettono di esserci, di presentare una piccola personale o una oculata selezione e che consentono di essere della partita senza svenarsi. Moltissimi i galleristi che hanno fatto ricorso allo stand “small”…

[exibart]

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  • Caro Davide, non credo che tu sia obbligato a recepire e accettare alcunchè. L'insorgere di determinate istanze artistiche è un fatto in se'. Tu puoi considerarle oppure no, contrapporti ad esse e proporre istanze opposte o semplicemente diverse. Avverto sempre questa sensazione di "minaccia" ogni qualvolta si parla di Lowbrow e mi riesce difficile capire perchè. Qui non si tratta di un trend (è da molto tempo che questa galassia serpeggia ai margini del sistema artistico)). A proposito e da quando il Pop SUrrealism sarebbe diventato un sistema? Credo che si tratti di un'affermazione avventata. Il potere, caro davide sta da un'altra parte, così come l'establishment. La contrapposizione come attitudine, atteggiamento, che tu introduci con il tuo intervento ci riporta alla solita logica binaria. Aut aut, destra-sinistra, concettuale-pop,mainstream-underground, slow food-fast food e via... La contrapposizione, a cui pure Williams è ricorso, non gli ha impedito di partecipare come curatore e artista alla biennale del Whitney di Bonami. Le contrapposizioni in Italia suona sempre come qualcosa che ha piuttosto a che fare con feudi e feudini. La difesa che ogni critico fa del proprio territorio culturale. Ma questo non è dibattito, è la solita guerra di potere. A me non importa se sorge un'arte opposta a quella Lowbrow. Mi auguro che ci siano sempre nuovi avvicendamenti e fusioni. Quello che so è che l'energia Low (new)Brow è qualcosa di palpabile, è qualcosa di significativo e forte che lascia un segno nella storia delle evoluzioni artistiche contemporanee. Non si può dire altrettanto di molte forme espressive che riflettono i trend del momento. Williams dipinge e customizza macchine dagli anni Sessanta, con o senza il beneplacito del sistema delle fine arts. Certe espressioni restano in virtù della loro necessaria energia.

  • cara Margaretha, uno lo hai beccato:
    infatti, quando Jonathan Levine ( quello dell'articolo del NY times di qualche commento fa) mi ha chiesto di scegliere 2 altri artisti da affiancare al mio lavoro per un three person show nella sua galleria ad aprile ho chiamato, oltre a Eric White, Fulvio di Piazza che ha incontrato immediatamente il suo favore.

  • Non capisco perché negli articoli si parla di economia e nei commenti di arte e cultura.

  • "Non capisco perché negli articoli si parla di economia e nei commenti di arte e cultura."

    semplicemente perchè i due mondi sono stati separati alla nascita.
    c'è un arte che si è deciso che faccia cultura e ....
    c'è un arte che fa mercato.
    Questa separazione ha funzionato fino a quando questa crisi non ha messo in luce l'inconsistenza dell'arte della cultura che rimasta senza fondi non sa più come sopravvivere e non ha più niente da rubare.
    Ecco perchè questo spostamento di massa verso l'arte del mercato.
    Un anno fa, non avresti sentito gli stessi commenti positivi verso la Lowbrow.

  • ciao Ivan, in realtà mi riferivo alle argomentazioni di Verlato secondo le quali internet sarebbe la garanzia del successo di questo tipo di arte e insieme la condanna di concettuale, relazionale, sensoriale (in senso esteso) ecc. Inoltre facevo riferimento ad un mio post precedente in cui auspicavo maggiore attenzione per l'Europa ed il "suo" new brow (anche se non si chiama così) ed in generale per tutte le pulsioni underground che non si riconoscono in queste opposizioni manichee e che creano percorsi individuali e collettivi assolutamente trasversali (qui forse può entrare un discorso legato ad internet come serbatoio di input). Comunque non sarà "sistema", ma di certo sta diventando una fetta significativa del mercato e allo stesso tempo si nota una progressiva istituzionalizzazione dei suoi padri nobili. Ecco perché è già ora di guardare oltre e trovare nuove energie.

  • “a parte questo, è curioso che la discussione prosegua una in cui Serafini lamentava l'imperialismo culturale statunitense che, a suo dire, avrebbe imposto la non-objective art. Si tratta di un'argomentazione diffusa fra quanti lamentano lo strapotere (?) dell'arte concettuale.”

    Ogni volta che faccio un riferimento alle decine di miliardi di dollari offerti “generosamente” alle fondazioni che controllano l’arte, tutti girano la testa dall’altra parte, le discussioni si spostano... Fa comodo a tutti tirare in ballo il “mercato” ed ignorare la vera fonte del sistema. Ormai sono rassegnato, anche la Polveroni si è chiusa nella omertà quando ho tentato di farle una semplice domanda sulle fondazioni.
    Per quanto riguarda la rete, lo strapotere del sistema non regge alla rete, d’altronde i peggiori sistemi dittatoriali sono minati dal web, perché dovrebbe essere diverso con il sistema artistica?

  • equiparare il sistema delle fondazioni ad uno stato dittatoriale rivela meglio di ogni mia argomentazione quanto di ideologico ci sia nei discorsi di Serafini. Le fondazioni hanno difetti strutturali evidenti, legati alla mancanza di professionalità, alle derive soggettivistiche ed a interessi particolari. Tuttavia hanno spesso finanziato progetti artistici slegati dalle urgenze del mercato (in grande, ciò che fanno certe associazioni coraggiose).

    In ogni caso ho fatto precedentemente riferimento ad una collezione in particolare, legata all'industria del tabacco. Lì si sollevavano un po' di dubbi su certi dogmi (alla gente comune piace il figurativo, agli intellettuali l'astrazione ed il concettuale), come mai non ha risposto Serafini?

    Sul web: certo che è uno strumento di democrazia e diffusione di idee, ma da qui ad affermare che veicola meglio il low brow e quindi determinerà il gusto futuro ce ne passa eccome!!!

  • Caro Pairone, prima di tutto ho risposto immediatamente alla tua domanda sulla azienda del tabacco, ho citato l’Altria group.
    Per il resto non c’è nessuna ideologia nel valutare le cifre, basta paragonare l’ammontare del capitale messo a disposizione delle fondazione e il capitale messo in movimento dal mercato. Se il mercato muove da 3 a 10 volte meno denaro delle fondazioni è facile fare una semplice deduzione. Senza contare che le fondazioni condizionano in gran parte il mercato…
    Per tornare alla Lowbrow, le “lowbrow” sono decine ed esistono da tempo, un Norman Rockwell o un Gil Elvgreen non hanno mai avuto un minimo di riconoscimento dal sistema, anche la Lempicka è sempre rimasta ai margini e guardata con sospetto.
    Il sistema artistico è stato un sistema dittatoriale e nepotista, si può dimostrare facilmente, e non basta la timida apertura di questi ultimi anni per smentirlo. Perché gli ex amanti della Peggy sono diventati i grandi geni dell’arte? Oggi certi 35 enni diventano grandi curatori…
    Voglio ricordare l’esclusione ideologica ed arbitraria di Freud dalla passata biennale di Venezia da parte di Bonami.
    Per chi si volesse rinfrescare la memoria:

    http://video.google.com/videoplay?docid=5165120081977755811#

  • chiedo venia ma non trovo nessuna risposta al link che postai giorni fa. Ma non importa, perché anche quest'ultimo mio intervento viene ignorato nel merito: senza le fondazioni non esisterebbero progetti artistici che hanno fatto la storia, né collezioni che testimoniano percorsi significativi. Non è un sistema perfetto, ma da chi vorreste far gestire il transito dal mercato alla musealizzazione? A Telemarket?

  • L’arte è vissuta benissimo senza le fondazioni (e senza telemarket) per 15 mila anni. È facile dare un valutazione artistica gloriosa, significativa e meritevole quando uno se le canta e se le suona da solo. Per il mio parere l’arte promossa da un secolo dalle fondazioni non ha più valore di telemarket o Vanna Marchi. Il sistema americano delle fondazioni è basato sugli sgravi fiscali della legge 501c3 che permette alle multinazionali e ai loro dirigenti di non pagare le tasse sul redito. Se a loro fa comodo portare Rothko o sua zia a 200 milioni di dollari, lo fanno. Non mancano i critici e curatori pronti a giurare il vero per un tozzo di pane. Ora questo continuo presentare le fondazioni come i salvatori dell’arte disinteressati non se ne può più. Tanti soldi investiti sono lì ne per caso, ne per bontà. Almeno che qualcuno non creda nelle favole.

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