E’ una mostra tagliente, netta, asciutta. Proprio come ce la si aspettava dalla curatrice/architetta giapponese Kazuyo Sejima. Gli spazi dell’Arsenale si susseguono con un ritmo ed una cadenza che offre, in ogni spazio, un solo lavoro, un solo architetto, un solo studio. E anche un solo artista. La sequenza è giocata, specie nella parte finale, sull’alternanza artisti-architetti e succede così che alcuni ambienti (la strobo-installazione acquatica di Olafur Eliasson; il teatro sonoro di Janet Cardiff) siano assolutamente degni di una Biennale d’Arte.
Ma il vero dato è la completa assenza di interazione tra installazione e installazione. Tra progetto e progetto. Il senso di continuità e di ‘discorso’ della mostra viene restituito dal movimento spaziale che lo spettatore deve compiere all’interno del lungo corridoio dell’Arsenale, ma mai -negli sconfinati cameroni uno di seguito all’altro – troverete più di un protagonista per volta.
[exibart]
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credo valga la pena farci un salto!