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Dalla rabbia al sogno americano. A Napoli, Artecinema parte con Jean-Michel Basquiat

di - 12 Ottobre 2018
Hai in tasca zero dollari. Poi cinque. Quindi 25mila dollari. E solo molto tempo dopo, quando non ci sarai più, 110.487.500 e sono numeri che suonano di acid jazz, che luccicano di Sotheby’s, precisi al centesimo, spietati e reali. Miracolosi? Il pregio di Rage to Riches, documentario presentato in anteprima italiana, ad apertura della 23ma edizione di Artecinema, la storica rassegna di film e documentari sull’arte a cura di Laura Trisorio, è la sua schiettezza. Sul palco napoletano di un Teatro San Carlo gremitissimo in ogni ordine di posto e fino al palco più alto, appena sotto la tela con Apollo e Atena che ci guardano dal soffitto, il regista David Shulman ha parlato con una chiarezza sfrontata e avvincente, «Gli altri film su Jean-Michel Basquiat non mi soddisfacevano, mancava sempre qualcosa».
In effetti, in Rage to Riches c’è tutto quello che ci si può aspettare da un documentario sulla superstar dell’arte americana degli anni ’80. Certi quartieri di New York sembrano scenari di guerra, lunghi treni metropolitani completamente ricoperti di vernice colorata che attraversano sferragliando stetti ponti di ferro. Persone ciondolanti tra briciole di mattoni rossi, lasciate cadere sui marciapiedi dalle facciate di palazzine strette e dalle finestre sbarrate da assi di legno incrociate, individui  seduti sui gradini e meravigliosamente strani, con i vestiti assemblati come per uno scherzo del destino e della storia. E quella sensazione che fosse tutto non solo possibile ma anche necessario, che da quelle macerie gioiose e allucinate dovesse per forza crescere una nuova mitologia. Come se tutto potesse essere raccontato in un caotico ritmo acid jazz o in un articolo sul Times.
E al centro di questo big bang, Jean-Michel Basquiat che la leggenda vuole masticato da un sistema più grande di lui ma che Shulman racconta decisamente più consapevole. Rags to riches, dalle stalle alle stelle, dice l’iconico motto americano. Non è proprio così e Shulman ci gioca, perché Basquiat non è partito tanto dal poco o nulla quanto da una ferrea, rabbiosa volontà di diventare ricco e famoso, grazie al suo talento naturale e sfrontato, sincero quanto basta, artificioso per precisa scelta estetica, quando atteggia il sorriso davanti alla camera.
Lo capiamo dalle promesse fatte a Mary Boone, «Io diventerò un artista migliore di Julian», cioè Schnabel, e poi alla sua partner Suzanne Mallouk, «Non preoccuparti, sarò ricchissimo». Caparbietà che emerge nel rapporto con Andy Warhol, da quelle cartoline vendute a pochi dollari fino alla incredibile mostra a quattro mani – in realtà anche insieme a Francesco Clemente – che rappresentò l’apice e l’inizio del declino, forse per una recensione velatamente derisoria, “Basquiat, la mascotte di Warhol”, o magari per troppa empatia con un episodio di violenza razziale, il caso di Michael Jerome Stewart, writer coetaneo di Basquiat e ucciso dalla New York City Transit Police. Il documentario lascia aperta la questione sulla depressione che lo travolse e lo portò all’overdose di eroina. Ma in fondo, la grandezza del sogno americano è che riesce sempre a trovare il modo di diventare realtà e perderci la vita fa solo parte del grande racconto.
Il documentario è diviso in tre atti, come gli episodi attraverso i quali doveva realizzarsi la tragedia greca e, infatti, lo schema di Shulman è rigido, la storia va avanti in maniera ordinata, alternando filmati d’epoca, con il sempre giovane e bellissimo Basquiat, e interviste a personaggi come Larry Gagosian, al quale si rizzarono i capelli in testa quando vide il primo Skull, Bruno Bischofberger, deus ex machina ossessionato dall’esclusività, e Jeffrey Deitch, che non te lo immagini negli anni ’80 a vivere con 80 dollari al mese ma lui dice che ci riusciva ed, evidentemente, gli è andata bene. Quindi la processione degli altri cantori degli eccessivi ’80, da Kenny Scharf a Fab 5, da Al Diaz a Brett De Palma, che oggi hanno tutti l’aspetto di sacerdoti folli.
E poi l’esclusiva intervista alle sorelle di Jean-Michel, le loro voci intime su tutto ciò che, per loro, poteva rappresentare un fratello come Basquiat, quando ti porta a cena Andy Warhol che posa rigido nella foto di famiglia, a tavola. La storia si chiude così.
Artecinema è partito forte, oltre al doc di Shulman, anche un cortometraggio di Paolo Pittoni su Soundings, la poetica installazione cinematica e sonora di Lucia Romualdi e Francesco De Gregori, presentata allo Studio Trisorio e al MAXXI.
Oggi si prosegue con il tradizionale, ricchissimo programma al Teatro Augusteo, che potete vedere qui. Oggi, tra gli altri, da non perdere, alle 18, Lawrance Carrol, finding a place, di Simona Ostinelli e, in tarda serata, alle 22.30, Mapplethorpe: Look at the Pictures, di Fenton Bailey e Randy Barbato. Un’altra storia di quegli anni che non sembrano mai finiti. Ecco il trailer. (mfs)

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