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Dietro le quinte dell’arte. Con la rasssegna dedicata a Franco Simongini, all’Accademia di Roma

di - 17 Novembre 2017
Ha vestito diversi ruoli, giornalista, regista, critico, documentarista. Nel suo genere però Franco Simongini (1932-1994) è stato indubbiamente unico. Tra il 1969 ed il 1991, è stato artefice per mamma Rai di svariate serie di documentari incentrati sull’arte contemporanea, nei quali seguì un metodo narrativo singolare, tarato sull’artista, un cambio di prospettiva altrettanto contemporaneo nel raccontare personalità e poetiche a monte delle opere finite.
Dal 21 al 24 novembre, la rassegna “Franco Simongini – Come nasce un opera d’arte”, curata da Gabriele Simongini, con la collaborazione di Rai Teche, rende merito al lavoro di questa figura pionieristica nell’aprire le frontiere dell’arte al pubblico di massa. Per quattro giorni, l’Aula Magna della romana Accademia di Belle Arti sarà animata da una selezione dei video che Simongini ha dedicato ai capisaldi del Novecento, tra questi De Chirico, Marini, Fazzini, Ceroli, come a tanti artisti meno noti, con introduzioni curate dai professori dell’Accademia, dibattiti a tema e – dulcis in fundo per la giornata conclusiva – con la presenza di Enrico Crispolti. In attesa dell’apertura, prevista per le 10.30 di martedì, 21 novembre, abbiamo girato qualche domanda al curatore.

L’arte per Simongini era soprattutto “dietro le quinte”. Che valore ha portarlo in prima fila, su un palcoscenico come quello dell’Accademia di Belle Arti di Roma?
«È vero, Franco Simongini nel suo lavoro assumeva sempre una posizione defilata, senza protagonismi narcisistici. I protagonisti assoluti erano l’artista e il processo che portava alla creazione dell’opera. Più passa il tempo, più i suoi documentari vengono apprezzati per il loro valore storico e Simongini oggi è considerato unanimemente uno dei tre grandi documentaristi d’arte del ‘900, insieme a Luciano Emmer e a Carlo Ludovico Ragghianti. È stato un “custode della memoria” e proprio per questo ho voluto portare il suo lavoro in un’Accademia di Belle Arti importante come quella di Roma, per farlo conoscere ai giovani e dare forza ad un’idea di “tradizione in divenire” che mi sta molto a cuore, nel passaggio di conoscenza di generazione in generazione. Inoltre due giornate di proiezioni saranno interamente dedicate ad artisti che sono stati docenti o allievi proprio qui, in Accademia. Alcuni di loro sono ingiustamente e scandalosamente dimenticati e meritano di essere conosciuti dai giovani. È un dovere morale».
Coi suoi documentari è stato pioniere nel condurre l’arte dentro le case degli italiani. Quanto resta – se resta – nella televisione di oggi della sua eredità?
«Purtroppo resta ben poco, forse nulla. Oggi in pratica non esiste più il servizio pubblico e domina la tv dell’effimero, dello scandalo, dell’intrattenimento. L’arte contemporanea, ammesso che si faccia qualcosa di significativo per documentarla, è relegata in orari per nottambuli, impossibili ed offensivi. Il valore insostituibile dei suoi documentari sta anche nel fatto che essi nascono da una profonda amicizia che legava Simongini a tutti quegli artisti e che portava a “confessioni” impossibili da ottenere per qualsiasi altro interlocutore. Nessuno oggi saprebbe fare altrettanto. Chi potrebbe e saprebbe scherzare in quel modo con Giorgio de Chirico davanti ad una telecamera e fargli realizzare un’opera in diretta?»
Federico Zeri disse di lui: «Le sue domande erano sempre molto semplici, in modo da poter essere capite da tutti». Dalla figura di Simongini c’è ancora da imparare?
«Da lui si dovrebbe imparare che l’umiltà è una dote fondamentale per affrontare questo lavoro, ascoltando e lasciando parlare gli artisti. Simongini, che era prima di tutto poeta e poi regista, aveva compreso che non solo la realtà ma anche l’arte doveva essere colta direttamente, secondo la specificità del medium televisivo, senza intervenire con eccessive modificazioni del montaggio o particolari angolazioni di ripresa. La cronaca, la realtà, l’attenta osservazione delle opere d’arte, la posizione etica nei confronti dell’umanità e in particolar modo degli artisti, hanno costituito il fertile terreno su cui elaborare la sua espressione poetica e successivamente quella documentaristica». (Andrea Rossetti)

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