Con “Peintures des Lointains” (fino al gennaio 2019), per la prima volta, il Musée du quai Branly tira fuori le opere d’arte dai suoi depositi ricchi di ben 500 pezzi. Le 221 opere esposte – quasi tutte espressamente restaurate – provengono anche dai musei d’Orsay e Versailles e da altre istituzioni.
Un soggetto difficile e una scelta coraggiosa perché, se la visita fa scoprire panorami di sogno, figure e scene pittoresche, corpi seducenti e scorci di paesaggi naturali e urbani luminosi e variopinti, il tema è pervaso da un profondo senso di imbarazzo e di disagio. Basti ricordare che tutto questo materiale viene dall’Esposizione coloniale internazionale di Parigi del 1931 organizzata nel Museo permanente delle colonie della Porte Dorée, allora appositamente costruito e chiuso nel 1960, nel quale per celebrare i valori della civilizzazione si esposero anche degli uomini in gabbia. E quindi non si può non essere sorpresi e turbati nel misurare il ruolo svolto da tanti artisti noti e meno noti, che mitizzando l’immagine esotica e tenendo da parte gli spettri devastanti delle conquiste territoriali sono stati strumento di diffusione dell’ideologia coloniale. E forse non è un caso che l’opera di Gauguin, il testimone più nobile e attuale della fascinazione per il remoto, per un’umanità primitiva e naturale ma non “selvaggia” e inferiore contrapposta alla disumanizzazione della modernità dalla quale era fuggito, compaia solo con due schizzi a carboncino.
Il percorso di formazione degli imperi coloniali emerge con evidenza secondo le intenzioni del mandato conferito agli artisti, in particolare dallo stato francese finanziandone viaggi/missione di documentazione, per esaltare gli eroi delle conquiste, le guerre, l’acquisizione dei territori e la loro trasformazione produttiva connotando questi messaggi con l’apoteosi dell’immaginario esotico. Ma forse l’inspiegabile scelta logistica espositiva negli spazi angusti di un mezzanino – pur con tanto spazio a disposizione – aumenta l’effetto spiazzante della giustapposizione di temi e qualità piuttosto eterogenei gli uni dagli altri.
E infatti risulta molto più chiaro il senso dei due temi concentrati in spazi conclusi: quella sorta di idolatria costruita sulla vicenda dei due innamorati in terre d’Africa Paul e Virginie dell’omonimo romanzo di J.H. Bernardin de Saint-Pierre, spunto per inesauribili forme di rappresentazione fin dalla sua pubblicazione nel 1787; e l’avventura rappresentata da un’ampia documentazione del “conquistatore pacifico” Pietro Savorgnan de Brazza eroe e beniamino sia in Europa che nei territori del fiume Congo dove svolse la sua missione alla fine dell’800.
La maggior parte degli artisti di questo orizzonte coloniale mostra un certo divario con le principali correnti della modernità a loro contemporanea, come vincolati dai condizionamenti del mandato ricevuto e dal pittoresco dei soggetti scelti. Ma il classicismo di maniera dell’Odalisca di Ange Tissier, dei Gruppi di donne del Senegal di Fernand Lantoine e persino dell’Émile Bernard delle Scene di vita quotidiana al Cairo si affiancano a delle vere e proprie rivelazioni, come i ritratti di Amérindiens di George Catlin, i paesaggi vietnamiti di Lucien Lièvre o quelli tropicali di Marcel Mouillot e il Ritratto di un borghese malgascio di Louis Raoelina. (Giancarlo Ferulano)