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Dennis è una figura molto stimolante per me. All’artworld americano spesso piace mettere gli artisti in caselle. Sei un artista, non un regista. Sei un fotografo, non un pittore. Ma Dennis ha dimostrato che si possono sfumare questi limiti, e questo è molto attuale ed emozionante”.
Questo diceva il mese scorso Jeffrey Deitch, annunciando che il suo debutto da direttore del MOCA di Los Angeles sarà una mostra dedicata alle opere di
Dennis Hopper, curata da Julian Schnabel. Ma, come temeva lo stesso Deitch, l’attore-artista non ci sarà, a vederla: Hopper è infatti morto nei giorni scorsi a 74 anni nella sua casa di Venice, in California, dopo aver lottato lungamente con una grave malattia. Difficile dire in poche parole il ruolo avuto dal personaggio negli ultimi cinquant’anni di american life: personaggio-simbolo della controcultura americana, aveva collezionati cinque mogli, quattro figli, e due nomination all’Oscar. Celebre per aver diretto e interpretato il film cult
Easy Rider, mito della generazione on the road, in carriera ha lavorato a oltre duecento film fra cinema e produzioni tv, con personaggi come James Dean, Peter Fonda, Jack Nicholson.
Ricca ed articolata anche la sua figura di artista visivo: dai primi dipinti vicini all’Espressionismo Astratto, agli assemblaggi Pop Art, ai ritratti fotografici – Paul Newman, Tina Turner, Ed Ruscha, l’amico Andy Warhol -, alle opere ispirate ai graffiti. Recentemente era stato inserito in una lista dei 100 più importanti collezionisti d’arte contemporanea del mondo. Lo scorso anno, un’importante mostra –
Dennis Hopper et le Nouvel Hollywood – gli era stata dedicata a Parigi dalla Cinémathèque Française.
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