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HangarBicocca, Thailandia. Apichatpong Weeresethakul sbarca a Milano, con un’installazione misteriosa e corale. E la promessa di una grande notte bianca del cinema

di - 8 Marzo 2013
Buio, immagini, suoni e fulmini che cadono spesso, in diversi video, come fossero un po’ l’elemento cardine della mostra-evento di Apichatpong Weeresethakul, artista nato a Bangkok nel 1970, studi da filmaker a Chicago, una Palma d’oro nel 2010 e un premio della Giuria a Cannes nel 2004, con Tropical Malady, un’opera in permanenza alla Tate e un passaggio a Documenta, più precisamente a Karlsaue. Siamo all’Hangar della Bicocca di Milano, alla seconda “bomba” della stagione, dopo Tomás Saraceno e il suo immenso On Space Time Foam fluttuante. Stavolta le dimensioni sono più ridotte, e non si tratta certo di un luna-park, ma di uno dei più interessanti registi contemporanei che per l’occasione, a cura di Andrea Lissoni, ha portato a Milano un’installazione completamente inedita, Primitive, che prende il nome da un progetto girato con i giovani abitanti di Nabua, villaggio nel nord della Thailandia, che insieme realizzano una serie di sogni materializzati in oggetti, fornendo una sorta di autoritratto che guarda al futuro con la forza del candore di chi non conosce perfettamente il passato. Un ambiente misterioso e magico, lontano anni luce dall’Occidente, che si ritrova forse solo nelle forme della navicella spaziale che i ragazzi, occidentalizzati nei segni, costruiscono in Making of the Spaceship, cortocircuito tra realtà e finzione che mette in luce chiaramente tutta la poetica di Weeresethakul.
E per non tradire quelle che sono le aspettative di un Hangar più vivo e dall’offerta culturale “oltre i limiti”, c’è un ottimo progetto che verrà sviluppato il prossimo 22 marzo: un’intera nottata di cinema, intitolata “Mysterious Objects”, in cui per la prima volta in Italia i film di Weeresethakul saranno proiettati sottotitolati dalle 19 alle 8 del mattino del giorno successivo. Una serata presentata da Luca Mosso, direttore del Festival Filmaker, che nel 2012 ha visto l’artista thailandese vincitore del primo premio per Mekong Hotel. «Il cinema è come una medicina. Tutti noi abbiamo bisogno di stare al buio, di dimenticarci di noi stessi, una consuetudine che ci è familiare fin dai tempi in cui l’uomo viveva nelle caverne» afferma Weeresethakul, che ieri sera si è detto impressionato dalla bellezza degli spazi milanesi dell’Hangar e dall’armonia che si è venuta a creare nella sala. Una mostra che prosegue l’internazionalità dell’istituzione milanese, stavolta forse meno mainstream, ma di grande impatto, non solo visivo.

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