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Il colore della memoria, tra Malta e Polonia. Intervista alle curatrici della mostra a La Valletta

di - 15 Dicembre 2017
C’è un tratto che unisce due territori distanti, un’isola al centro dei flussi del Mediterraneo e un territorio tradizionalmente considerato come la porta tra l’Est e l’Ovest. Malta e Polonia, accomunate da un complicato processo di costruzione dell’identità, dalla consapevolezza di rappresentare l’immagine della frontiera, con tutte le derive di pensiero connesse. Sono questi gli argomenti affrontati da “White Memory”, mostra che inaugurerà il 15 dicembre e sarà visitabile fino all’11 febbraio 2018, da Spazju Kreattiv, di La Valletta. La collettiva, promossa da Arts Council Malta-Malta Arts Fund, Istituto Polacco di Roma e con il patrocinio di Valletta2018, esplora i percorsi dell’arte contemporanea che hanno animato e continuano a vivacizzare i due Stati, attraverso le opere di Victor Agius, Norbert Francis Attard, Paweł Althamer, Ewa Axelrad, Mirosław Bałka, Vince Briffa, Austin Camilleri, Gabriel Caruana, Alicja Dobrucka, Nicolas Grospierre, Mark Mangion, Agnieszka Polska, Pierre Portelli, Józef Robakowski, Magda Skupinska, Raphael Vella e Jakub Woynarowski. Cosa hanno in comune? Ne abbiamo parlato con le curatrici, Irene Biolchini e Marinella Paderni.
Cosa avete trovato lungo questa linea?
«Il ruolo strategico che la Polonia ha rivestito negli anni la accomuna certamente a Malta (da sempre un territorio di incontro di culture mediterranee, ma anche il terreno ideale per lasciare posto ad una storia di colonizzazioni e dominazioni). Per entrambi i paesi la definizione identitaria si basa proprio sulla stratificazione di questi passaggi, di invasioni, di memorie ed usanze esterne che ne hanno definito il linguaggio e le tradizioni. In maniera molto interessante abbiamo notato come per entrambi i paesi l’ingresso in Europa abbia rappresentato un momento di ridefinizione dell’identità, ma anche una ridiscussione della memoria nazionale e dei propri simboli».
Anche l’Italia è considerata un’area di confine e come tale ha costruito la propria identità. C’è qualche elemento in comune con Malta e Polonia, in particolare nell’ambito della ricerca artistica?
«I macro-temi sono comuni – l’essere territori di frontiera e di dominazioni straniere nel passato, i fenomeni di migrazioni oggi, il ruolo della religione, i cambiamenti politici recenti – ma sul piano artistico vengono esplorati diversamente. L’arte polacca ha molto lavorato sul superamento della stasi culturale e storica alla ricerca di un’identità autonoma; l’arte maltese ha esplorato la sua identità di “isola” in rapporto all’essere anche crocevia strategico tra Occidente e Medioriente, tra Europea e Africa; la ricerca artistica italiana (come del resto quella degli altri paesi dell’asse occidentale) guarda con interesse alle tematiche della memoria ma concentrandosi più sugli aspetti autobiografici, quasi ci fosse una sorta di timore nell’affrontare i nostri anni di piombo o gli anni recenti».
Oltre al riferimento geografico, la mostra ha anche un orizzonte cronologico, partendo dal 1989. Perché proprio quella data?
«Ci è sembrato necessario scegliere un punto di partenza che potesse ridefinire l’epoca storica europea, ancora prima che quella delle due nazioni specifiche coinvolte nella mostra. La caduta del muro è stato il nostro punto di partenza, un confine cronologico all’interno del quale poter discutere nuove pratiche, il superamento del postmoderno e l’ingresso in un’epoca che ancora oggi ci domanda una definizione critica. La data di chiusura, invece, il 2018, è l’anno in cui Valletta sarà Capitale della Cultura Europea e ci sembrava dunque il naturale punto di approdo di questo viaggio».
Memoria e identità sono termini dalla definizione sempre più sfuggente. L’arte può aiutarci a comprendere cosa stanno diventando? Come sono stati affrontanti nella mostra?
«La mostra mette in luce proprio questo aspetto, sottolineato dalla scelta del titolo “White memory”- una memoria dal carattere sfuggente, a volte immateriale, che nel presente si misura anche con il suo contraltare, una “non-memoria” generata dal non detto, dall’oblio, dall’occultamento di certe verità».

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