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Il passato si riaccende con una moneta. Roma Universalis ci mostra la città dei Severi, oggi

di - 22 Novembre 2018
Tutto prende un tono diverso, più emozionante, quando, come dicono i francesi, tout se tient. Quando la Storia viene raccontata con il fascino dello storytelling. E se a farlo non sono semplici ciceroni ma abili comunicatori o sapienti archeologi, c’è molta differenza. Lo sappiamo bene, non è un caso, se programmi come quelli di Alberto Angela fanno grandi numeri e ampio successo di pubblico. In questo, Roma non è da meno, la capacità di narrare fa parte delle sue origini. Ma quel che è interessante è che succede ancora oggi se a uno dei curatori della mostra sui Severi è bastato far brillare una monetina tra le mani, per riaccendere in noi la voglia di conoscere il passato. Un passato, poi, notevole come quello dei Severi, che sono stati una dinastia eccezionale regnando come hanno fatto, senza mai sedersi a scaldar poltrone.
Ma facciamo un passo indietro. Grazie alla mostra appena inaugurata, “Roma Universalis. L’impero e la dinastia venuta dall’Africa”, andiamo a vedere anzitutto i luoghi dove questa famiglia, tra il 193 e il 235 d.C., ha investito tempo, energia e denari. Se escludiamo le Terme di Caracalla o il Septizodium e qualche altro luogo compreso Leptis Magna, città dove nacque Settimio Severo, le tappe del percorso severiano sono il II ordine del Colosseo, il Foro romano e il colle Palatino. Il giro nel centro della città archeologica, da questo momento in poi, si arricchisce ulteriormente e permette, grazie ai nuovi percorsi riaperti dalla mostra, di vedere tutta la Roma di quest’ultima rilevante famiglia imperiale.
Il progetto, ideato da Clementina Panella e curato insieme a Rossella Rea e Alessandro D’Alessio, traccia una linea temporale lunga quarant’anni, quant’è durata l’età dei Severi. Ma – ed è un caso straordinario – non si tratta soltanto di vedere luoghi eccezionali, non c’è solo ed esclusivamente da conoscere monumenti o nuovi reperti. C’è molto di più. C’è da dire, per esempio, che la mostra ha restituito valore aggiunto a uno dei fondamenti della nostra civiltà. «Il progresso seppure auspicabile – ha dichiarato Rossella Rea – è ben diverso dal senso di civiltà». Una differenza linguistica e di significato che rischia oggi di andare perduta ed ecco perché occorre mettere a fuoco l’intera vicenda dei Severi che, anche grazie alla mostra, diventa molto più chiara e, in definitiva, davvero esemplare. Oggi, dopo la polvere dei secoli, abbiamo di nuovo la fortuna di vedere tratti di strade e passaggi che si pensava chiusi per sempre, gallerie e cunicoli da troppo tempo diventati inaccessibili. Una cosa buona ci è toccata in sorte, a nessun altro prima di noi è toccata questa fortuna che solo gli antichi romani avevano avuto.
Assistiti cosi da dei e numi tutelari, passeggiando tra marmi rarissimi come l’opus sectile ritrovato al tempio della Pace, in mezzo a colonne riverse, frammenti e rovine diffuse, dopo lunghissimi scavi e interventi di restauro, possiamo calpestare aree archeologiche mai percorse prima. E allora facciamolo piano e con la cura che merita. Oggi, per esempio, una strettoia percorribile è il vicus ad Carinas. Un altro, visitabile non più a tastoni come in antichità, è la galleria detta del Ladrone. Il giro che facciamo non è cronologico ma, pour ainsi dire, sentimentale anche se la realtà lo farebbe iniziare dal Colosseo, per proseguire al Foro e guadagnare il Palatino solo alla fine. Dopo i rari brani di affreschi della galleria del Ladrone, non bastassero queste bellezze a stupirci, restiamo tra le rovine del Foro. Lungo il sentiero che porta su via dei Fori Imperiali, possiamo godere di uno spettacolo del tutto eccezionale. La ragione? Una vista inedita. È chiaro che dopo aver a lungo immaginato dove e come erano posizionate le lastre della Forma Urbis (alcune esposte al Colosseo) oggi è emozionante vederle come ricomparire una a una. E vedere anche dove con precisione erano aggrappate, ovvero sul muro interno di una delle aule che si affacciavano sul Foro della Pace, atte a comporre il catasto marmoreo di Roma.
L’esposizione, andando avanti, si dimostra ancora più generosa e restituisce anche l’affaccio su via dei Fori, da un punto di vista in cui possiamo ammirare i marmi pregiati e rarissimi, che impreziosivano l’architettura voluta da Vespasiano. Il nucleo più corposo della mostra, però, composto da un centinaio di pezzi, si trova al Colosseo, dove con una sfilata di busti marmorei della dinastia siriano-africana inizierebbe anche simbolicamente il tragitto espositivo. Tra reperti più svariati, ricostruzioni ipertecnologiche e frammenti inconsueti, c’è da strabuzzare gli occhi. Anche i video sono funzionali a calarsi nella realtà dei mercati e delle strade sovraffollate della Roma severiana, dove genti diverse hanno sempre condiviso spazi e con i Severi, finalmente, anche conquistato molti diritti.
Tra gli altri luoghi interessati dal progetto, ecco le terme di Elagabalo. E qui, a ridosso della Vigna Barberini: «L’intervento restaurativo – ha sottolineato l’architetto Maria Grazia Filetici – pur reintegrando le fasce esterne delle vasche termali non è stato invasivo e il materiale moderno utilizzato è facilmente amovibile». Il restauro, infatti, peraltro molto raffinato, è stato concepito come un’anastilosi e ha ricostruito, per esempio, un rarissimo esempio di stibadium, un apprestamento per banchetti tipico dell’epoca tardo-antica. Una tappa ulteriore è il Tempio di Romolo, dove è confluito un pregiato gruppo di sculture “saltate fuori” dal cantiere di scavi diretto da Clementina Panella, come l’erma a tre teste, esemplare finora unico al mondo.
Passando, infine, sotto le arcate bagnate di luce crepuscolare, questo tour sulle tracce dei Severi si conclude nella sala dei capitelli al Palatino. È l’apoteosi. Qui, a guidarci è Alessandro D’Alessio. Ed è qui che si annusa forte il profumo della Storia. È bastato infatti far scivolare tra le dita una monetina, sfregarla sulla frattura di un capitello per sentire l’odore del marmo bianco di proconnesio, quello prediletto dai Severi. È stato sufficiente questo trucco per riaccendere l’emozione di conoscere il passato.
Ma il passato ha anche un altro risvolto, la comparazione col presente. E dice anche come scelte politiche antiche debbano rimettere in discussione quelle attuali. Inevitabile chiedersi come abbia fatto questa famiglia a risollevare le casse dello stato, perché anche allora erano ampiamente compromesse dalla crisi finanziaria degli anni precedenti. Come sia riuscita a evitare il rischio d’intolleranza in un momento di forte commistione tra le religioni. E soprattutto, c’è da domandarsi, quali condizioni siano state necessarie per partorire un provvedimento giuridico come la constitutio antoniniana del 212 che, di fatto, ha concesso la cittadinanza e appartenenza romana a tutta la popolazione libera dell’impero. Domande queste, mai esplicitate nel percorso espositivo, che però non sono rimaste disattese. E nel caso dei Severi, le risposte ci sono eccome e si trovano in una oculata politica di militarizzazione e munificenza, di riforme monetarie, tagli di spese superflue e rilancio del piano di investimenti.
Queste sollecitazioni, seppure fondamentali, restano tra le righe in una mostra come questa, che non risponde in modo polemico alla politica odierna ma che certo, ha il merito, l’utopia e il sogno, che è in fondo il compito dell’archeologia, di intercettare e suggerire una strada diversa. “Roma Universalis”, in definitiva, mentre rispolvera il passato ravvivandolo, lascia immaginare come una dinastia venuta dall’Africa abbia in fondo ancora molto da insegnarci. (Anna de Fazio Siciliano)

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