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Il tesoro dei faraoni, a Monaco. 2500 anni di oreficeria all’Espace Ravel del Grimaldi Forum

di - 10 Settembre 2018
Nei 3200 metri quadri dello Spazio Ravel del Grimaldi Forum, oltre 150 eccezionali capolavori, provenienti quasi tutti dal Museo de Il Cairo sito in Piazza Tahir, in fase di trasloco nel nuovissimo GEM-Grand Egyptian Museum, grandiosa sede museale vicino alle Piramidi che, tra l’altro, ospiterà tutti i 5mila pezzi del corredo funerario di Tutankhamon e la cui inaugurazione parziale è prevista per ottobre 2018. Queste opere, che non sono mai uscite prima dalla terra dei Faraoni, raccontano l’epopea dell’oro nell’antico Egitto, un’occasione unica per addentrarsi nel profondo della storia, offerta dal Grimaldi Forum, autorevole sede della vita culturale del Principato di Monaco, nata portando via spazio al mare e in attesa, entro il 2025, della realizzazione del nuovo progetto di ampliamento.
Oro, metalli pregiati e pietre preziose sono i protagonisti di questa esposizione che mette in luce l’abilità posseduta dagli antichi Egizi che, fin dal III millennio a.C. svilupparono una tecnica sempre più raffinata nella lavorazione, vista l’importanza non solo commerciale dell’oro – in una società che non possedeva denaro – ma anche simbolica, magica e religiosa. L’oro, per la lucentezza simile a quella del sole, era infatti considerato la “Carne degli dei” e per la sua inalterabilità assicurava ai faraoni eternità e continuità del potere, mentre il rosso della corniola o cornalina e del diaspro evocava il sangue del corpo umano, il verde la flora e il papiro simbolo di salute e giovinezza, il blu dei lapislazzuli il cielo stellato e, insieme, la chioma delle divinità. Un legame con il mondo dell’aldilà verso il quale l’antico Egitto aveva una visione positiva e che coinvolgeva in una catena umana gerarchizzata tutto il popolo nella realizzazione di monili dalla funzione protettiva.
Christiane Ziegler, studiosa con una carriera di altissimo livello e curatrice della mostra, possiede così bene l’argomento da porgerlo con una semplicità adamantina e da presentare in modo nuovo, originale e coinvolgente i preziosi corredi funerari di faraoni, principi e regine. Il visitatore compie così un viaggio nello spazio e nel tempo che lo introduce nel territorio dell’antico Eldorado egizio con i suoi rapporti con altri Stati e le sue risorse minerarie grazie anche a una mappa con la localizzazione delle pietre grezze che, in dodici vetrine, sono abbinate a prodotti finiti e all’illustrazione di fasi e tecniche della lavorazione dei gioielli, attraverso un atelier di oreficeria che ne evidenzia l’evoluzione, dalle epoche più remote al Tesoro di Tanis, dal 1000 al 780 a.C..
Se è splendido e smagliante nella sua modernità il Bracciale decorato con l’occhio magico di Horo (udjat) scoperto sulla mummia di Sheshonq II (930 a.C. circa) in oro incastonato di lapislazzuli, corniola e ceramica bianca, di grande impatto risulta l’icona della mostra, la Maschera funeraria del re Pseusenne I (1000 a.C. circa) in oro, pietre preziose e pasta di vetri policromi. Seconda per magnificenza solo a quella di Tutankhamon, rappresenta con raffinatissima semplicità il faraone raggiante di giovinezza eterna. Altrettanto degno di ammirazione il Bracciale decorato di Amenemope con scarabeo alato e i cartigli di Pseusenne I, suo predecessore, in oro, lapislazzuli, feldspato verde e corniola.
Si sa che nei secoli l’uomo ha sempre teso a impossessarsi di ciò che non gli appartiene senza farsi dissuadere da paure, scrupoli, anatemi et similia: nonostante la venerazione verso i sovrani, infatti, le sepolture nelle piramidi o nella Valle dei Re sono state ripetutamente saccheggiate come racconta un verbale stilato su papiro, riferito a un processo del 1000, cioè sotto il regno di Ramses IX, contro profanatori di tombe. Spesso tali spoliazioni avvenivano appena inumata la salma e quando i sacerdoti se ne accorgevano, nascondevano altrove ciò era rimasto, come dimostra, nella Valle dei Re, la Cachette di Deir el-Bahari con il Sarcofago di Isetemkheb.
L’avvincente percorso cronologico altamente scenografico – connotato dal blu ispirato ai lapislazzuli e dall’ocra che evoca le antiche architetture del territorio egizio – si snoda attraverso i vari periodi della storia dell’antico Egitto, con oggetti splendidi e raffinati, quali l’argenteo e quindi preziosissimo – considerando la scarsa reperibilità di questo metallo in Egitto – Bracciale della regina Hetepheres, madre di Cheope e sepolta ai piedi della grande piramide di Giza, uno dei venti identici trovati in uno scrigno e decorati con pietre incastonate che riproducono farfalle, forse simbolo della rinascita del defunto. Oppure come l’elegante e lieve, malgrado la complessità del decoro e la violenza del tema, Collare pettorale della principessa Mereret, recante il nome di Sesostri III (di cui forse è figlia), in oro, corniola, turchese, lapislazzuli e ametista. O ancora il raffinato Pettorale della principessa Sat Hathor Ioune, figlia di Amenemhat III in oro, corniola, lapislazzuli e ametista (occhi dei falchi).
Una visita che stimola in crescendo entusiasmi e passione tanto da dispiacersi di non potere raccontare tutte le emozioni provate di fronte a tanti capolavori ammirati. (Wanda Castelnuovo)

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