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Il viaggio da Israele a Venezia secondo Gilad Ratman, per riflettere sulla connettività tra nazioni. Ecco il progetto che sarà in scena in laguna

di - 31 Marzo 2013
Israele è forse uno dei Padiglioni, ai Giardini della Biennale, che negli anni ha incuriosito di più, ponendosi come uno degli ultimi avamposti dove l’arte si mischia con la politica e le tensioni del Paese, in qualsiasi punto la si guardi. Progettato nel 1952 da Zeev Rechter, padre fondatore dell’architettura modernista israeliana, quest’anno ad occupare il Padiglione sarà il progetto The Workshop, opera dell’artista Gilad Ratman, nato ad Haifa nel 1975, di casa a Tel Aviv, e un background di studi a Gerusalemme e alla Columbia University di New York, con un trascorso espositivo che va dal Museum of Contemporary Art di Chicago, la Biennale di Herzliya, in Israele, il Garage di Mosca e il PS1 New York. Premio Anslem Kiefer assegnato dalla Fondazione Wolf nel 2011 e anche sul podio dell’Art Matters Grant, l’anno precedente, The Workshop, è un’installazione video site-specific nello stile di Ratman, che lavora spesso distorcendo e interrompendo la narrazione come un modo per esaminare l’attrito tra il reale e immaginario. L’opposizione tra i modelli universali di comportamento umano, definito attraverso il linguaggio, la nazionalità, il governo o altri tipi di rappresentazione, è un problema fondamentale nella poetica dell’artista, che spesso si muove attraverso gesti di resistenza e di lotta.
The Workshop documenta il viaggio di una comunità di persone da Israele a Venezia, attraverso una presentazione di video, installazioni, suoni e un intervento fisico nel tessuto dello stesso padiglione che però non è lineare, riflettendo sulla Biennale come modello utopico di connettività tra nazioni. Ratman mostra un mondo in cui il transito può avvenire attraverso le frontiere nazionali in un contesto di reti libere, che passa inosservato e non identificato. Una “clandestinità” operativa in piccole comunità in una fase utopica, pre-sociale e anche pre-linguistica, come quelle ricorrenti proprio nei “soggetti” raccontati da Ratman. Curata da Sergio Edelsztein, direttore e capo curatore del Center for Contemporary Art di Tel Aviv, anche quest’anno Israele non poteva fare a meno di sobbarcarsi, in qualche modo, il proprio “percorso”.

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