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Immersi a riveder le stelle. All’Acquedotto del Serino di Napoli, torna Underneath the arches

di - 3 Gennaio 2019
Per una città come Napoli, il sottosuolo rappresenta un patrimonio culturale che affianca quello presente in superficie. Luoghi dalle mille possibilità ed esperienze che, dal secondo dopoguerra in avanti, sono stati oggetto di una straordinaria riscoperta che ha mostrato tutte le stratificazioni architettoniche che caratterizzano la città. Pozzi, cunicoli, cisterne e acquedotti si nascondono nel sottosuolo e per motivi di diversa natura non sempre è possibile conoscerli e visitarli.
Da diversi anni l’associazione culturale VerginiSanità studia e gestisce il sito archeologico dell’acquedotto del Serino, un’infrastruttura romana che anticamente risolveva i problemi idrici della città collegando le fonti del Serino, situate nei pressi del monte Terminio in Irpinia, sino alla Piscina Mirabilis a Miseno, per un percorso di quasi cento chilometri. Ovviamente di questa struttura mastodontica sono stati studiati e scoperti solo alcuni tratti, tra cui quello sottostante al Palazzo Peschici Maresca in via Arena Sanità, oggi gestito dall’Associazione.
Un luogo dal fascino millenario che si apre all’arte contemporanea, grazie a Underneath the arches, progetto a cura di Chiara Pirozzi e Alessandra Troncone che hanno unito valorizzazione del territorio e ricerca artistica internazionale. Dopo l’artista messicano Arturo Hernández Alcázar, è la volta dell’artista turca Hera Büyüktaşçıyan che ridisegna architettonicamente lo spazio interno dell’acquedotto con l’installazione From there we came out and saw the stars, una sorta di porticato costituito dai materiali più semplici, dal colore blu intenso che intende rimandare alla forza di un elemento salvifico come l’acqua. Grazie alla particolare morfologia del sito è inoltre possibile guardare l’opera attraverso visioni differenti, sia dal basso che dall’alto, provocando un inconsueto senso di immersione ed emersione. Così, quello che sembra un flusso d’acqua diventa inaspettatamente un cielo, proiettato nell’intricato sistema di archi dell‘acquedotto grazie a un sistema di luci appositamente studiato e che permette all’opera di diventare una vera e propria costellazione.
Raccontando la coesistenza di due realtà nello stesso tempo e nello stesso spazio, l’opera invita all’indagine, alla ricerca, come visitatori usciti a riveder le stelle. (Emanuele Castellano)
In home e in alto: foto di Maurizio Esposito

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