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Io Puttana, che non si dice. A Fondazione Volume, il progetto di Alex Cremonesi e Luca Lagash

di - 15 Settembre 2017
Cosa faranno, insieme, il bassista dei Marlene Kuntz e il fondatore/autore dei testi dei La Crus, e non è un concerto? Non è semplice capirlo, almeno prima di averlo visto con i propri occhi, perché Luca Lagash Saporiti e Alex Cremonesi, per Io puttana, il loro progetto da Fondazione Volume, giocano sull’indicibilità, sul mistero delle parole, che è poi quello della realtà delle cose che ci circondano, l’ambiguità dell’esperienza sintetizzata in un titolo magniloquente e sfuggente allo stesso modo. Avremo però tutto il tempo di comprendere, perché Io Puttana durerà 24 ore no-stop, dalle 19 di giovedì, 15 settembre, alle 19 del giorno seguente.
«L’opera d’arte è l’inesplicabile dove tutto si spiega. È percepire lunghezze d’onda che alla coscienza comune non arrivano. Ciò che per tutti è muto è in realtà una voce, ciò che è silenzio è in realtà frastuono, perciò la parola che spiega è ridondante. Lo stesso Demiurgo che ha attuato la creazione non ha certo avuto bisogno di spiegarla», spiega, non spiegando, Cremonesi, che ha già collaborato con Saporiti nel 2013, per Canzoni invisibili, progetto ispirato all’opera di Italo Calvino e, più recentemente, nell’ambito di Io. Sempre, opera di soundscape al lago di Molveno. Per il momento, quindi possiamo dire solo che gli spazi di Volume diventeranno un luogo di trasmissione di immagini stranianti e parole ipnotiche, suoni e luci, un ambiente immersivo nel quale le persone potranno riconoscersi come spettatori e protagonisti, scivolando dall’uno all’altro ruolo. E lo scriviamo usando la formula di cautela “ki-vjakhol”, «la quale avverte che il linguaggio raffigurando falsifica, e non può andare oltre l’allusione», continua Cremonesi. Una locuzione che in ebraico si riporta sempre quando si parla del mistero di dio e in italiano si traduce con un tranquillizzante “se così si può dire”.

In home: Luca Lagash, foto di Michele Piazza
In alto: Alex Cremonesi, foto di Simone Cargnoni

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