Metropolitan Museum of Art
Una fusione destinata a ridefinire il panorama museale internazionale ma che, inevitabilmente, riporta al centro anche il profilo politico e pubblico del suo principale protagonista. Entro il 2028 sarà completata una storica integrazione istituzionale che porterà la collezione della Neue Galerie di New York all’interno del Metropolitan Museum of Art, mantenendo però autonomia espositiva, programmazione dedicata e il celebre Café Sabarsky nello storico edificio sulla Fifth Avenue.
L’operazione consentirà al Met di incorporare una delle più rilevanti raccolte di arte austriaca e tedesca del primo Novecento fuori dall’Europa. Al centro ci sono opere di Gustav Klimt, Egon Schiele, Oskar Kokoschka, Max Beckmann, Ernst Ludwig Kirchner e altri protagonisti della Vienna fin de siècle e delle Avanguardie tedesche. Tra i lavori più celebri figura Portrait of Adele Bloch-Bauer I, il dipinto di Klimt noto anche come Woman in Gold, diventato negli anni il simbolo stesso della Neue Galerie.
A guidare l’operazione è Ronald S. Lauder, fondatore della Neue Galerie insieme al mercante d’arte Serge Sabarsky e figura storica del collezionismo americano. Il progetto prevede anche una nuova donazione personale di Lauder e della figlia Aerin Lauder Zinterhofer: 13 importanti dipinti entreranno progressivamente nelle collezioni del nuovo assetto museale, tra cui Die Tänzerin di Klimt, Die Russische Tänzerin Mela di Kirchner e Galleria Umberto di Beckmann, oltre a future promesse di donazione di opere di Otto Dix, George Grosz e Franz Marc.
L’accordo include inoltre un importante fondo patrimoniale destinato alla conservazione della Neue Galerie e un massiccio sostegno economico da parte di numerosi trustee del Metropolitan, all’interno della più ampia campagna da 1,5 miliardi di dollari con cui il museo sta ridefinendo i propri spazi permanenti.
Dietro l’enfasi istituzionale, però, il progetto porta con sé anche aspetti controversi legati proprio alla figura di Ronald Lauder. Presidente del World Jewish Congress dal 2007, Lauder è da decenni una presenza influente nella politica culturale e diplomatica statunitense. Repubblicano conservatore, vicino a Donald Trump e sostenitore storico del Likud, il partito di ultradestra nazionalista israeliano, fin dagli anni Ottanta, negli anni è stato spesso associato a posizioni fortemente filoisraeliane e a una linea dura sul tema dell’antisionismo. Nel 2022 il World Jewish Congress aveva definito «Ingiustificato» parlare di apartheid israeliana nei territori palestinesi, mentre dopo il 7 ottobre 2023 lo stesso Lauder aveva descritto l’antisionismo come «Una minaccia diretta per ogni ebreo».
Queste posizioni hanno generato tensioni anche nel mondo dell’arte. Nel 2024 il Museum of Modern Art fu oggetto di proteste dopo aver ospitato un evento del World Jewish Congress. Lauder, già presidente del MoMA e tuttora membro del board, è inoltre uno dei grandi finanziatori del Partito Repubblicano statunitense e negli ultimi mesi il suo nome è emerso anche nelle cronache politiche relative alle mire dell’amministrazione Trump sull’acquisizione della Groenlandia.
A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge la comparsa del nome di Lauder nei documenti relativi a Jeffrey Epstein pubblicati dal Dipartimento di Giustizia statunitense all’inizio del 2026. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, Lauder comparirebbe centinaia di volte nei file, soprattutto in relazione a incontri organizzati nel 2017 tramite assistenti e intermediari. Non emergono accuse dirette nei suoi confronti ma alcuni documenti mostrano anche possibili connessioni in operazioni riguardanti prestiti di opere d’arte, tra Epstein, Lauder e Leon Black, tra i collezionisti d’arte più influenti al mondo, ex presidente del consiglio di amministrazione del MoMA e accusato di violenze sessuali.
L’annuncio della fusione arriva così in un clima già segnato da un crescente dibattito sul ruolo dei grandi mecenati privati nei musei americani. Negli ultimi anni molte istituzioni statunitensi sono state costrette a confrontarsi con le implicazioni politiche, economiche e reputazionali dei propri finanziatori, in una stagione in cui il legame tra filantropia culturale, influenza politica e costruzione del consenso è ormai emerso in tutta la sua criticità.
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