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La fragile bellezza di Elena e di Siracusa, nelle sculture mitologiche di Stefania Pennacchio

di - 15 Giugno 2019
Ruotiamo la clessidra al 1914, quando il Teatro greco di Siracusa, dopo venticinque secoli, tornò a risuonare ancora dei versi dei poeti. Se la capovolgiamo ancora ai giorni nostri, facendola virare a testa in giù, restiamo sbalordite dalle storie che può raccontare, storie di donne e uomini ma anche di ninfe, divinità, mostri marini. Se la attraversiamo senza fretta, restiamo abbagliati soprattutto dalla sua luce, un baluginio scatenato dalla pietra calcarea, lavica o di arenaria che ovunque pervade la città.
Ed è proprio attraverso uno spettro di luci e ombre che ogni monumento racconta qualcosa e neppure le pietre tacciono ma, anzi, parlano alfabeti antichi, lingue babeliche e assorbite al punto che, ancora oggi, inspiegabilmente, ne sono intessuti molti dei linguaggi di artisti che vi abitano. Proprio come la lingua ammaliatrice della scultrice e ceramista Stefania Pennacchio.
Nei suoi lavori, presenti nella mostra “Il viaggio di Elena”, la bellezza greca e la forza magnetica della sua eredità trovano un ennesimo sussulto: ecco perché non restiamo sorprese se, qui, il fascino secolare del Mito s’intreccia inevitabilmente alla vita di tutti e di tutti i giorni, persino a tavola. In fondo ancora oggi, a Siracusa, si vive come vivevano gli Ateniesi di 2400 anni fa. Se gli “oggetti di culto” di Pennacchio, s’innestano nel solco di una tradizione cosi ancora viva a Siracusa, si deve al fatto che nei primi del ‘900 le opere di Eschilo, Sofocle ed Euripide sono tornate a essere messe in scena al Teatro. Il merito va soprattutto a Ettore Romagnoli, noto grecista chiamato dal conte Gargallo su consiglio di Paolo Orsi.
In una città dove il tempo sembra essersi fermato però non c’è solo il Teatro greco. Ritenuta storicamente città “indomita”, per la sua resistenza anti musulmana dell’827, Siracusa, per la sua forza e bellezza, è stata paragonata a un corpo di donna, fatto per metà di acqua e per metà di pietra. Tutte le sue vie, ogni strada, tutti i luoghi, fanno sì da sfondo a vicende mitiche o reali ma ci sono anche altre storie più contorte e drammatiche, femminili, proprio come quelle plasmate dalle mani di Pennacchio, che sono altrettanto fondanti delle leggende della ninfa Aretusa e della dea Artemide.
E c’è soprattutto la vicenda di Elena. La sua storia riemerge a gran voce dal passato. Ed è sempre a Elena, con le opere di Euripide, che è stato dedicato il programma delle iniziative teatrali e cittadine della stagione in corso. È vero, Siracusa è donna, per le torsioni sinuose delle sue strade che seguono ancora il tracciato ortogonale dell’antica città, la vecchia pentapoli greca del 754 a.C., ed è sempre per onorare una donna che molti eventi si sono susseguiti. Soprattutto con la mostra degli artisti Andrea Chisesi e di Stefania Pennacchio.
Per i Greci, Elena era la donna più bella della terra e a Siracusa, città già ricostruita in senso barocco dopo il devastante sisma del 1693, siamo “dentro una Bellezza insostenibile”, una bellezza che nel XX secolo è stata fortunosamente strappata al “malinteso senso di modernità” grazie all’azione dell’archeologo Luigi Bernabò Brea. Il Soprintendente ai Beni Culturali, nel 1947, istituì il Parco archeologico della Neapolis contro la pericolosa avanzata del cemento.
Se la bellezza, come sembra abbiano capito qui, va tutelata, compresa, esaltata, i fatti di Elena sono un paradosso, perché lei è stata ingannata proprio dalla sua bellezza. Nella tragicommedia “Elena” di Euripide, in scena fino alla fine di giugno, la protagonista dopo fortune alterne e diverse peripezie, ritrova l’amato Menelao con cui riesce a fuggire e a evitare un altro matrimonio cui era destinata.
A restituirle giustizia e splendore, di là dal dramma che visse, è un’altra donna, la scultrice Pennacchio. Da sempre dedita al tema del femminile ne esalta l’anima tormentata, anche attraverso le opere che ha realizzato con l’uso di tecniche e materiali antichi. Quello che adopera la Pennacchio è una componente linguistica mediterranea e soprattutto calabrese che tradisce le sue origini, in cui domina l’estetica del frammento. Abbandonate le forme femminili gravide, adesso si concentra su elmi, scudi, cavallucci legati al tema bellico di Elena di Troia. (Anna de Fazio Siciliano)

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