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La genealogia dell’arte. Intervista a Flavia Albu e Jacopo Rinaldi

di - 6 Aprile 2019
Fino al 12 aprile, a Roma, in via dei Greci, 26, gli spazi della sede di Roma di Navigando Turismo e Cultura e Fondazione YFU Italia, ospiteranno “Genealogie”, il primo progetto espositivo dell’Associazione culturale Rivoli 2, a cura di Nicoletta Castellaneta. Per l’occasione abbiamo intervistato i due protagonisti della mostra, Flavia Albu e Jacopo Rinaldi che, attraverso le loro opere e i loro interventi, hanno indagato il tema della genealogia artistica intesa come una relazione di paternità con la quale gli artisti possono entrare in relazione, pur non avendo nessun legame culturale esplicito e spesso nemmeno conoscendosi tra loro.

Attraverso due diverse tecniche espressive avete entrambi indagato il senso tramite il quale
il tempo diventa storia, in altre parole la storia di una genealogia dell’arte. Pittura, forma, segno
e narrazione: come hai tracciato questo percorso?
F.A: Sia che si tratti di pittura, di video o di installazioni, mi sono concentrata sull’uso degli elementi
strutturali della pittura e del quadro (es. la tela, le pennellate, ecc.) che ne diventano spesso i
soggetti, più o meno declinati: pennellate dipinte, tende, filtri ecc. consentendomi così di
riflettere sulla rappresentazione e sulla visione, di volta in volta spostandomi e modificando
l’opacità di questi elementi e di conseguenza le loro connotazioni, soprattutto in rapporto a
discorsi relativi all’intenzionalità o all’accidentalità, nel contesto del metodo e del lavoro artistico
stesso.
J.R: Per il lavoro in mostra ho iniziato ragionando su un gruppo di foto che avevo comprato. Si tratta di una serie fotografica commissionata dalla British Purchasing Commission, un’organizzazione che si occupava della produzione e della vendita di armamenti bellici nord americani per l’Inghilterra. Le fotografie su cui ho lavorato mostrano la produzione di una bomba, dalla fusione per i calchi all’imballaggio. Il percorso che ho iniziato con questa mostra di Roma è un mio primo ragionamento su questo tipo di realtà industriale e anche uno studio sul design della bomba. Da questa ricerca ho iniziato a rielaborare le immagini della bomba su delle lastre di legno utilizzando dei solventi fotografici. Ho inoltre inserito nel cortile una ceramica che tenta di riprodurre, il più fedelmente possibile, una bomba in sezione.

Due artisti della stessa generazione, il cui metodo di indagine similare alle tematiche
affrontate restituisce però risultati estremamente differenti. Quali sono stati, per ognuno di voi,
gli esiti di questo dialogo?
F.A: Io e Jacopo siamo perfettamente d’accordo sul fatto che i nostri progetti si siano incontrati e
raccordati nel cortile dello spazio, dove lui ha esposto la ceramica della bomba in sezione e io
la bandiera con il telo trasparente. Lui ha sottoposto ad uno sguardo artistico e scultoreo un
soggetto politico e io ho gettato uno sguardo potenzialmente più assertivo e su una sensibilità
pittorica caratterizzata da aleatorietà e fascinazione estetica; i lavori comunque sono biunivoci
in questo senso.
J.R: Il dialogo è partito già prima della mostra, quando abbiamo avuto modo di conoscere i nostri lavori. Durante le fasi di allestimento mi sono reso conto in maniera piuttosto naturale che avevamo utilizzato il cortile come sala di raccordo: come uno spazio centrale in cui far dialogare il nostro lavoro.
Siete stati chiamati a interpretare uno spazio e a riflettere su concetti come l’essere artista,
più volte proposti e ipotizzati da intellettuali come Arthur C. Danto e Hal Foster. Com’è stato
interpretare “insieme” gli spazi della sede di Roma di Navigando Turismo e Cultura e
Fondazione YFU Italia?
F.A: È stata interessante la naturalità con cui l’allestimento si è “risolto” nello spazio del cortile,
congiungendo dei lavori diversi in un discorso, che potenzialmente va al di là delle ricerche
individuali mie o di Jacopo.
J.R: Per me è stato importante perché avevo la possibilità di tornare a lavorare a Roma dove ho studiato. Attraversavo quella via a piedi per andare all’Accademia di Belle Arti che è a pochi passi da lì. Mi ricordavo bene di quel portone ed è stato molto interessante poter fare un lavoro lì dentro.

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