La vernice è ancora fresca sul muro ma si parla già di festeggiare. SANBA, una delle più interessanti iniziative artistico-culturali della capitale, chiama a raccolta la città nel suo quartiere San Basilio, ormai non più così periferico, per una festa che si svolgerà oggi dal pomeriggio fino a tarda sera. Le quattro imponenti facciate, realizzate dagli artisti Liqen e Iacurci fanno già parte dello skyline e del patrimonio degli abitanti: iconico e coloristico il primo, monumentale e poetico il secondo. Due talenti consolidati della scena internazionale e la loro scelta non è casuale per un’iniziativa di questo genere. L’arte pubblica in senso stretto ha rappresentato solo l’ultima fase di un intervento più ampio che ha coinvolto le scuole, con laboratori di serigrafia, autocostruzione e scrittura creativa, e in generale tutto il quartiere. Un progetto nato da un’idea di Simone Pallotta e Giulia Ambrogi, da anni al lavoro nell’ambito dell’arte urbana con la loro associazione Walls, che ha trovato la collaborazione della casa di produzione cinematografica Kinesis, il fondamentale sostegno economico di Fondazione Roma e il patrocinio di Zètema, Ater e Municipio IV. Esperienza e competenze che hanno portato all’elaborazione di un nuovo modo di intendere l’arte pubblica, proprio nel momento in cui la street art sembra andare così di moda. Ne parliamo con il curatore Simone Pallotta.
Ci racconti in che modo lavora Walls sul territorio?
«L’arte pubblica non può che essere solo una parte del lavoro in un contesto così ricco di vita e di anime come il territorio urbano. Per SANBA abbiamo individuato due elementi del territorio con cui ci interessava confrontarci: la scuola e gli abitanti del luogo. Coinvolgere le scuole di ogni ordine e grado ha significato far sì che i ragazzi diventassero attori primari del progetto e poi successivamente moltiplicatori del messaggio legato all’iniziativa. Progettando in prima persona un’opera di design urbano o creando “ex voto” laici con i loro pensieri sul quartiere hanno cambiato per primi il loro territorio».
Com’è stato il rapporto della gente con gli artisti?
«Le donne di San Basilio sono state incredibili, si sono prese cura degli artisti facendoli sentire a casa e così anche tutti gli abitanti. Hanno partecipato quotidianamente al processo di realizzazione e alle attività collettive, si sono persino moltiplicate le interazioni sui social network. Ora sentono davvero le opere come una cosa propria. Il lavoro sui muri si è inserito in questo processo creando una complessità di senso e alimentando una discussione circolare sull’arte, sulla cultura e sulla necessità di interventi di questo genere. Una riflessione in cui sono stati coinvolti tutti».
In cosa consiste la curatela in un progetto del genere?
«La grande sfida curatoriale è stata coinvolgere gli inquilini delle abitazioni coinvolte, pur avendo già ottenuto il permesso da Ater. Abbiamo presentato loro gli artisti, mostrando i lavori realizzati in altre parti del mondo. Nessuno ha visto i bozzetti perché ci interessa tutelare la libertà di espressione dell’artista da vincoli di qualunque genere. Tutti hanno aderito con interesse, riponendo la loro fiducia nella nostra capacità di scelta e apprezzando il nostro approccio serio e ma inclusivo. Questa è una forma di democrazia culturale in cui credo molto».
Ci sarà SANBA anche nel 2015?
«Le facce delle persone di San Basilio, che vediamo tutti i giorni e che sono al centro del nostro interesse insieme alle opere, ci comunicano che abbiamo lavorato bene e pensiamo che questi siano risultati utili a far capire prima di tutto alle amministrazioni come si lavora con i territori in modo tale che l’arte sia davvero un veicolo culturale, di rinascita e di crescita per il territorio. La speranza è che la stessa Fondazione Roma abbia voglia di continuare sia a San Basilio e, aprendo il ventaglio degli sponsor visti i numeri che abbiamo realizzato, si possano aprire altri cantieri di questo genere in altre periferie della città». (Mariangela Capozzi)
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io abitavo una volta vicino al quartiere di San Basilio. Me lo ricordo un luogo degradato e di violenza. Sono molto felice se queste nuove idee innovativa, e ce ne sono, siano piaciute soprattutto agli stessi abitanti, che riescano a cambiare le aree più a rischio e degradate delle nostre periferie per far sentire il senso di appartenenza del posto e a migliorarle gradevolmente.