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Le storie della ceramica, in due mostre al Midec di Laveno. Ce le raccontano i curatori

di - 16 Luglio 2018
Al MIDeC di Laveno-Mombello, aprono i battenti le prime due mostre della direzione artistica di Lorenza Boisi: “Carlo Zauli. Scultore, ceramista, designer”, a cura di Matteo Zauli e Lorenza Boisi, in collaborazione con il Museo Carlo Zauli di Faenza, e “Caducità. Il frammento come auto-rappresentazione nella ceramica d’arte italiana”, a cura di Irene Biolchini. Due percorsi molto diversi ma che contribuiscono in modo concreto a perseguire uno degli obiettivi del museo: indagare l’identità della ceramica d’arte nel contemporaneo, sia ponendo sguardi inediti su figure imprescindibili della sua storia, sia dando spazio al rapporto che gli artisti di oggi hanno con la ceramica.
Abbiamo chiesto ai curatori di introdurci alla loro mostre, partendo da “Caducità”: «La ceramica, come linguaggio – ci ha spiegato Biolchini – sta vivendo un momento di eccezionale fortuna e il punto di partenza della mostra è stato il tentativo di indagare quale sia la specificità del mezzo ceramico nell’arte contemporanea. Con ceramica d’arte si intendono le opere realizzate da artisti contemporanei che lavorano con il mezzo ceramico adottandolo come un linguaggio possibile all’interno della loro più ampia ricerca. Sulla base di questo sono stati invitati quattordici artisti di tre generazioni diverse che lavorano in modo non esclusivo con la ceramica: Valentina d’Accardi, Vincenzo Cabiati, Silvia Camporesi, Arianna Carossa, Pino Deodato, Loredana Longo, Nero / Alessandro Neretti, Ornaghi Prestinari, Paolo Polloniato, Laura Pugno, Alessandro Roma, Andrea Salvatori, Marcella Vanzo e Marco Maria Zanin.
Dalle ricerche che hanno preceduto la mostra è emerso che gli artisti che oggi usano la ceramica la declinano nella sue due caratteristiche principali: da un lato l’universalità tattile del materiale, dall’altro la dimensione molto intima e soggettiva che questo materiale permette. In questo secondo caso è stata riscontrato l’utilizzo della ceramica come un veicolo per parlare di sé, per autorappresentarsi procedono sempre per visioni parziali e intimiste.
In mostra ci sono opere di artisti che da molti anni usano la ceramica e l’hanno eletta a loro medium come Vincenzo Cabiati, Pino Deodato, Nero / Alessandro Neretti, Paolo Polloniato o Andrea Salvatori, e artisti più giovani che la usano da molto meno tempo, come Ornaghi & Prestinari, oppure artisti che hanno usato la ceramica solo una volta, come Silvia Camporesi, nota per le sue fotografie, ma molto meno per la ceramica, e mi era sembrato importante segnalare questa sua esperienza».
La mostra dedicata a Carlo Zauli, invece, attraverso lavori che vanno dagli anni Sessanta fino alla fine degli anni Ottanta, si concentra su un preciso modo di guardare a questa figura fondamentale nella storia della ceramica: «È una mostra molto importante – ha raccontato Matteo Zauli, direttore del Museo Carlo Zauli di Faenza – perché è la prima volta in cui viene esplicitamente posta l’attenzione sull’eterogeneità del lavoro di Carlo Zauli, che si tematizza in un unico momento espositivo il suo essere al tempo stesso artista, ceramista e designer. Oggi queste distinzioni nette non hanno più valore, ma all’epoca in cui lavorava Carlo Zauli costituivano un problema molto forte per artisti italiani e europei, perché era considerata arte scultorea solo quella con i materiali aulici, come marmo e bronzo, mentre l’impiego di materiali diversi, come la ceramica, relegava automaticamente l’opera nell’ambito delle arti applicate e decorative.
Nel caso di Zauli questa categorizzazione rigida ha pesato moltissimo sul suo essere considerato in ambito artistico, soprattutto perché lui viveva la sua attività di designer in modo pieno e intenso, al punto che nel 1960 fondò un’azienda, La Faenza, che divenne un riferimento a livello internazionale nell’ambito del design legato all’arte contemporanea. È, quindi, molto importante oggi riguardare a questa figura nella sua totalità, ricompattando quegli aspetti che il suo tempo ha voluto considerare separati, ma che non lo erano affatto».
Inoltre, presentare il lavoro di Carlo Zauli al MIDeC ha due significati importanti, ha continuato Matteo Zauli, «Uno legato alla biografia di Carlo Zauli, che con Laveno-Mombello aveva un legame molto lontano, ma forte, perché è il luogo in cui si è sviluppata la produzione giovanile del suo maestro Angelo Biancini, produzione di cui Zauli parlava spesso. Il secondo aspetto riguarda, invece, il costante e fondamentale lavoro di rete tra le numerose città in cui nei secoli si è sviluppata la ceramica: sono molte, sia in Italia che nel mondo, quasi tutte di dimensioni medio-piccole e nel tempo in queste aree sono sorti tanti musei. Si tratta di una rete virtuale che oggi si cerca di far diventare reale e viva attraverso molteplici attività e iniziative che alimentano un panorama sempre più dinamico, in cui il MIDeC con Lorenza Boisi sta riconquistano un ruolo di rilievo». (Silvia Conta)

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