Yoshiko Shimada's protest action - 8 maggio 2026, Giardini della Biennale
Dai dieci minuti di attesa fuori dai padiglioni della Spagna, dell’Uruguay, della Svizzera e della Cecoslovacchia, alla mezz’ora per quelli di Germania, Francia, Belgio, Olanda, Francia e Brasile, fino alle ore – letteralmente – per quello dell’Austria, nelle giornate di preapertura della 61^ Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, tutti abbiamo fatto la stessa cosa: ci siamo messi in fila e abbiamo atteso. Fa eccezione, e desta clamore – soprattutto al ricordo delle Biennali passate – il padiglione degli Stati Uniti d’America. Nessuna cosa, nessun’attesa. E poche persone che sceglievano di entrare. Perché?
Esattamente un anno fa avevamo iniziato a raccontarvi (qui) che ritardi burocratici, nuove direttive ideologiche e vuoti istituzionali, la partecipazione degli Stati Uniti alla 61^ Biennale d’Arte di Venezia sembrava incerta: il portale per presentare le candidature per il padiglione attivo dal 30 aprile 2025, introduceva nuove linee guida che sollecitavano la promozione dei “valori americani” e dell’“eccezionalismo”, piuttosto che iniziative associate a Diversity, Equity & Inclusion. Per presentare il progetto si davano pochi mesi di tempo – secondo Kathleen Ash-Milby, storica dell’arte e co-commissioner del Padiglione USA 2024, una finestra del genere rende già di per sé la partecipazione al limite dell’impossibile – e a complicare una già complessa situazione, la selezione sarebbe passata non dalla National Endowment for the Arts (NEA), l’agenzia federale che per decenni ha riunito il comitato indipendente incaricato di scegliere l’artista del padiglione. Bensì il Dipartimento di Stato, con l’aggravante di una serie di posti vacanti.
E poi? A settembre il Dipartimento di Stato sceglie il progetto di Robert Lazzarini, curato da John Ravenal e costruito su simboli fondativi americani reinterpretati attraverso le distorsioni matematiche tipiche del lavoro dell’artista. il Contemporary Art Museum dell’Università della South Florida ha però bloccato l’operazione rifiutando di assumersi la responsabilità finanziaria del progetto che di fatto è saltato creando un vuoto, all’interno del quale cominciano a proliferare proposte alternative, alcune decisamente provocatorie, come quella di Andres Serrano di trasformare il padiglione in un mausoleo dedicato a Donald Trump, o quella del blogger di estrema destra Curtis Yarvin che immaginava un padiglione costruito attorno al prestito del Ratto d’Europa di Tiziano, con la possibilità perfino di bruciare una copia del dipinto nel caso in cui il prestito venisse negato.
A inizio novembre si fa sempre più insistente il nome di Alma Allen, scultore autodidatta che prima dell’incarico lavorava con le gallerie Olney Gleason e Mendes Wood DM – che hanno interrotto la collaborazione – e adesso è nella rosa di Perrotin, che ha in programma la sua prima mostra personale in galleria il prossimo ottobre 2026.
Quello che Alma Allen porta dentro il padiglione è una serie di di sculture amorfe ispirate alla natura realizzate in bronzo, legno e pietra. Quello che vediamo fuori è un grande vuoto che non ha nulla a che fare con la gioiosa celebrazione della vita indigena di Jeffrey Gibson o con l’inno alla sovranità nera di Simone Leigh. Un vuoto in cui rimbombano la riduzione del finanziamenti federali destinati al National Endowment for the Humanities e al National Endowment for the Arts, la cancellazione di sovvenzioni, il ridimensionato il personale,le pressioni su istituzioni museali per smantellare programmi legati a diversità, equità e inclusione. E rimbombano anche la politica di deportazione di massa degli immigrati irregolari, e tutti i conflitti con cui la folle strategia americana sta scuotendo il mondo intero.
Poi ieri, 8 maggio, quel vuoto ha subito uno scossone. Yoshiko Shimada, di fronte al Padiglione degli Stati Uniti d’America ha messo in atto un’azione di protesta usando gli stessi abiti indossati mercoledì 6, all’Arsenale, nel corso della performance Procession for Fallen Comrades and Fallen Angels. Inserita nel ricco programma di eventi per le giornate inaugurali, la performance di Yoshiko Shimada e Bubu De La Madeleine prevedeva il movimento di una barca di gomma tra la folla, trainata dai partecipanti come carico condiviso e atto di cura. A bordo, DJ LaLa ha suonato dal vivo mentre le drag queen facevano strada. La performance rende omaggio a coloro che si rifiutano di essere messi a tacere: attivisti, artisti, amici portati via troppo presto dall’AIDS. Ispirandosi all’ultima scena de Le Notti di Cabiria di Federico Fellini, nella quale la determinazione di una donna straziata dal dolore è risvegliata da una folla di sconosciuti che cantano e ballano in strada, Procession for Fallen Comrades and Fallen Angels sorge dal lutto per approdare alla solidarietà. La barca porta con sé il senso di perdita, ma anche la resilienza e la gioia.
Dopo la performance, Shimada ha voluto rendere omaggio alla Lotta di Sunagawa, che si è svolta a Sunagawa, Tachikawa, Tokyo, dal 1950 al 1960. La Lotta di Sunagawa è stata un movimento dei residenti, guidato principalmente da agricoltori, in opposizione all’espansione delle basi militari statunitensi in Giappone. Dopo una feroce resistenza da parte dei residenti che si sono opposti al governo per proteggere la loro terra di origine, l’esercito degli Stati Uniti ha annunciato l’annullamento dei piani di espansione nel 1968. La sua protesta è la nostra diserzione: al falso mito americano, in una Biennale che si inscrive nel regno della protesta (contro la Russia e contro Israele, per esempio) e del risveglio della coscienza (qui, l’ultima scelta di alcuni artisti in sostegno della giuria che si è dimessa), abbiamo iniziato a reagire.
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